Con una lettera del Cardinale Parolin che porta la benedizione di Papa Francesco, presuli della Chiesa greco-cattolica insieme e quella romana hanno inaugurato il monumento dedicato al martire ucraino.
Un monumento per il Beato Omelyan Kovch è stato inaugurato il 3 ottobre a Lublino, in Polonia, alla presenza di Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, Capo e Padre della Chiesa greco-cattolica ucraina. Il beato Kovch era infatti un sacerdote greco-cattolico, sposato e con figli, che morì nel 1944 nel campo di concentramento di Majdanek, dopo essere stato arrestato nel 1943 dalla Gestapo perché aiutava gli Ebrei.
Beatificato insieme ad altri 25 da San Giovanni Paolo II nel 2001, Kovch era nato a Kosmach nel 1884, ed era stato parroco dal 1921 al 1943 nel villaggio di Perymyshliany, e poi in Przemysl. Padre di sei figli, si dedicava molto all’assistenza di poveri e di orfani.
La Gestapo lo arrestò nel 1943, dopo aver scoperto che questi aveva fornito agli Ebrei più di 600 certificati di battesimo per salvare loro la vita. Morto nel campo di concentramento di Majdanek, è stato proclamato “Giusto di Ucraina” del Consiglio Ebraico della Nazione.
È proprio davanti al campo di concentramento dove morì, nella città di Lublino, che è stata inaugurata la statua in onore del beato. Lo ha ricordato anche il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, in una lettera inviata a nome di Papa Francesco. Nella lettera, si legge che “il beato sacerdote e martire ha percorso fino in fondo la strada della vittoria. È la strada che passa dal perdono alla riconciliazione, e che conduce alla luce sfolgorante della Pasqua”.
Il Cardinale Parolin ha anche ricordato che la memoria di padre Kovch “non deve andare perduta, perché essa è benedizione”, e costituisce segno di speranza “per i tempi odierni e per quelli che verranno”.
L’inaugurazione della statua è stata preceduta da una Divina Liturgia celebrata da Sua Beatitudine Sviatolsav Shevchuk. L’Arcivescovo maggiore ha ricordato che “24 anni dopo la morte del Beato Kovch, il partiarca Josyf Slipyi, liberato dall’esilio, scrisse una lettera a Paolo VI a nome di gerarchi e sacerdoti perseguitati e relegati nel sottosuolo della Chiesa Cattolica Ucraina per chiedere la sua beatificazione”, cosa che dimostra come da subito padre Kovch avesse mostrato qualcosa di speciale, un fenomeno che “nasceva dal potere dello Spirito che lo permeava”.
Sua Beatitudine Sviatoslav ha notato che il beato Kovch, attraverso “la sua visione ultraterrena del campo di sterminio”, ha dimostrato che “l’inferno in terra che era Majdanek poteva essere vissuto in vari modo”. E così, sebbene provasse anche lui “dolore ed esaurimento, cercò comunque di portare sollievo e sostegno compagni di prigionia sofferenti e umiliati dalla meschinità delle guardie del campo”, e in una delle sue lettere ha persino chiesto di pregare “per i creatori dell’ideologia della violenza e dell’illegalità”, mettendo in pratica il suo pensiero convinto che “è possibile vincere l’odio solo con l’amore, e vincere il disprezzo con il perdono e la misericordia”.
Inaugurando il monumento, Sua Beatitudine Sviatoslav ha ricordato “l’esempio di umanità” rappresentato dal Beato Kovch nel campo di concentramento di Majdanek, definendolo “una figura che incarna l'idea del dialogo e della riconciliazione tra le nostre nazioni, tradizioni e religioni. Ci aiuta a comprendere le sfide che devono affrontare i cristiani Oriente e Occidente nel mondo moderno”.
Sua Beatitudine ha infine esortato affinché “la figura del Beato Kovch ci incoraggi a tenere un comportamento umano anche in condizioni estreme”.
Chiesa greco-cattolica ucraina
Segretariato dell’Arcivescovo Maggiore (Roma)
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