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Parrocchia ucraina a Roma

hiesa cattedrale

Madonna di Zhyrovyci e Santi Martiri Sergio e Bacco

Жировицька Богородиця

Leone XIV: in Quaresima digiuno anche dalle parole che feriscono gli altri

Nel suo messaggio per il tempo di preparazione alla Pasqua 2026, dal titolo: “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”, il Papa chiede forme di “astensione concreta” come “disarmare il linguaggio” e coltivare la gentilezza, ma anche di ascoltare la Parola di Dio e il grido degli ultimi, e di farlo insieme, nelle nostre comunità, aperte all’accoglienza di chi soffre.

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Nel suo messaggio per la Quaresima 2026, Papa Leone XIV invita a chiedere la grazia per un tempo che “renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi” e perché tutti abbiano “la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro”. Infine invita ad impegnarsi “affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Un tempo per rimettere Dio al centro della nostra vita

Un testo reso pubblico oggi, 13 febbraio, ma firmato il 5 febbraio, memoria di Sant’Agata vergine e martire, dal titolo “Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”. Nel tempo di quaranta giorni che precede la Pasqua, e che si apre mercoledì 18 febbraio, ricorda infatti il Papa, la Chiesa “ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno”.

Ascolto della Parola e del grido di chi soffre

In questo cammino di conversione è fondamentale lasciarsi raggiungere dalla Parola di Dio, sottolinea Leone XIV, e rinnovare la decisione di seguire Gesù fino a Gerusalemme, “dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”. Per questo richiama l’importanza di dare spazio a questa Parola attraverso l’ascolto, che è un tratto distintivo di Dio stesso. Il Signore che parla a Mosè nel roveto ardente gli dice infatti di aver udito il grido del suo popolo oppresso in Egitto. Un “Dio coinvolgente”, commenta il Pontefice, che ci raggiunge con pensieri “che fanno vibrare il cuore”.

Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta.

In questo modo, prosegue Papa Leone, ci lasciamo istruire da Dio ad ascoltare come lui, fino a riconoscere, e qui cita la sua Esortazione apostolica Dilexi te, che “la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa”.

Il digiuno dispone all’accoglienza della Parola

Il Papa ricorda poi che il digiuno, esercizio ascetico “insostituibile nel cammino di conversione”, è una pratica concreta “che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.

Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.

Il digiuno e la fame di giustizia

Quindi Leone XIV cita Sant’Agostino, che ne “L’utilità del digiuno” ricorda che solo gli angeli si saziano del “pane” della giustizia, mentre gli uomini, in vita, “ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso”.

Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Disarmare il linguaggio, rinunciare alle parole taglienti

Il Pontefice ricorda però che nel digiuno va sempre evitato l’orgoglio, e va quindi vissuto “nella fede e nell’umiltà”, in comunione con il Signore, e deve sempre includere “anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio”. Per questo invita tutti “a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.

Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.

Insieme in comunità, compiere un cammino condiviso

Dopo “ascolto” e “digiuno”, la terza parola del messaggio di Papa Leone XIV è “insieme”, perché “la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno”. Ricorda che la Scrittura narra che il popolo d’Israele si radunava “per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge” e praticare il digiuno, “in modo da rinnovare l’alleanza con Dio”.

Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale.

Nelle nostre comunità ecclesiali, come pure nell’umanità “assetata di giustizia e riconciliazione”, conclude il Papa, “la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni”, come la qualità del dialogo, e la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà.

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-02/papa-leone-xiv-messaggio-quaresima-2026-ascolto-digiuno-poveri.html

Il Papa: educare è promuovere dignità, giustizia, fiducia in un mondo di conflitti

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Davanti ai tanti milioni di bambini nel mondo ancora senza accesso alla scolarizzazione primaria, e alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata da guerre, migrazioni, diseguaglianze e diverse forme di povertà, come è interpellata l’educazione cristiana? Sono solo alcune delle domande da cui prende le mosse Papa Leone XIV nella sua Lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza” firmata ieri, 27 ottobre, e oggi diffusa, in occasione del 60mo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum Educationis. Un testo, sottolinea Leone, che in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato come quello attuale, “non ha perso mordente”, anzi mostra “una tenuta sorprendente”.

Quel messaggio di slancio delle comunità educative a costruire ponti in modo da offrire, con creatività, formazione professionale e civile a scuola e in università, si rivela oggi infatti quanto mai valido e urgente, afferma il Papa. La direzione da seguire è pertanto quella già indicata nel documento del Vaticano II che ha dato origine a una costellazione di opere e carismi, patrimonio spirituale e pedagogico prezioso.

I carismi educativi non sono formule rigide

Spiccato è il dinamismo che attraversa la Lettera di Leone XIV che invita a usare i carismi educativi sempre come risposta “originale” ai bisogni di ogni epoca. Citando Sant’Agostino - il quale aveva compreso che il maestro autentico suscita il desiderio della verità, educa la libertà a leggere i segni e ad ascoltare la voce interiore -, il Pontefice accenna al contributo che nei secoli è stato maturato in questo ambito: dal Monachesimo, capace, anche nei luoghi più impervi, di portare avanti questa tradizione, all’opera degli Ordini Mendicanti, e alla Ratio Studiorum in cui confluirono il filone della scolastica e quella della spiritualità ignaziana. Ricorda poi l’esperienza di San Giuseppe Calasanzio con le scuole gratuite per i poveri, quella di San Giovanni Battista de La Salle, con l’attenzione ai figli di contadini e operai a cui si sarebbero dedicati i Fratelli delle Scuole Cristiane, e ancora l’impegno di San Marcellino Champagnat a superare ogni discriminazione nell’opera educativa, quello storico di San Giovanni Bosco con il suo “metodo preventivo”. Non tralascia, il Papa, di nominare il coraggio di tante donne che, ricorda, hanno aperto varchi per le ragazze, i migranti, gli ultimi: Vicenza Maria López y Vicuña, Francesca Cabrini, Giuseppina Bakhita, Maria Montessori, Katharine Drexel o Elizabeth Ann Seton.

L’educazione cristiana è opera corale

Ci tiene molto, il Papa, a sottolineare l’importanza del “noi”, a ribadire che “nessuno educa da solo”: nella comunità educante il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. La ripresa del pensiero di San John Newman – che proprio nel contesto del Giubileo del mondo educativo viene dichiarato co-patrono insieme a San Tommaso d’Aquino – è qui particolarmente pertinente per “invitare – spiega il Papa - a rinnovare l’impegno per una conoscenza tanto intellettualmente responsabile e rigorosa quanto profondamente umana”. Nel mettere in risalto la vivacità da alimentare negli ambienti educativi, afferma che occorre “uscire dalle secche col recuperare una visione empatica e aperta”. E aggiunge:

Non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato.

Educare è un compito d’amore, ricorda il Successore di Pietro che parla dell’insegnamento come di “un mestiere di promesse” giacché si promette tempo, fiducia, competenza, giustizia, misericordia, coraggio della verità, balsamo della consolazione.

Una persona non si riduce a un algoritmo

Nella Lettera apostolica Leone XIV riprende quel concetto centrale contenuto nel documento conciliare che mette in guardia da ogni riduzione dell’educazione ad “addestramento funzionale o strumento economico” e ribadisce che “una persona non è un ‘profilo di competenze’, non si riduce a un algoritmo prevedibile, ma un volto, una storia, una vocazione”. E insiste:

L’educazione non misura il suo valore solo sull’asse dell’efficienza: lo misura sulla dignità, sulla giustizia, sulla capacità di servire il bene comune.

Ricostruire la fiducia in un mondo di conflitti

Secondo una visione che non vuole essere meramente nostalgica ma ben radicata al presente, il testo di Papa Leone usa la metafora delle stelle nel firmamento per dire che i principi a cui si fa riferimento sono “stelle fisse” e “dicono che la verità si cerca insieme; che la libertà non è capriccio, ma risposta; che l’autorità non è dominio, ma servizio”. Da qui ancora la riaffermazione di non costruire muri, di educare alla mondialità e alla concordia tra persone e popoli:

L’educazione cattolica ha il compito di ricostruire fiducia in un mondo segnato da conflitti e paure, ricordando che siamo figli e non orfani: da questa coscienza nasce la fraternità.

Intrecciare fede, cultura e vita

L’accento posto sulla centralità della persona nell’opera educativa – come Papa Francesco evidenziava anche nella Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona -, porta il Pontefice a un ricordo personale che lo riporta alla sua missione in Perù, nella “amata diocesi di Chiclayo” dove, racconta, visitando l’università cattolica San Toribio de Mogrovejo, rassicurava la comunità accademica: non si nasce professionisti – diceva all’epoca -, ogni percorso universitario si costruisce passo a passo, libro a libro, anno per anno, sacrificio dopo sacrificio. Torna ancora il modo di concepire da un lato la scuola cattolica e dall’altro il corpo educante, tenuto conto che non bastano gli aggiornamenti tecnici per ritenersi al passo coi tempi, ma sempre è necessario il discernimento:

La scuola cattolica è un ambiente in cui fede, cultura e vita si intrecciano. Non è semplicemente un’istituzione, ma un ambiente vivo in cui la visione cristiana permea ogni disciplina e ogni interazione. Gli educatori sono chiamati a una responsabilità che va oltre il contratto di lavoro: la loro testimonianza vale quanto la loro lezione. Per questo, la formazione degli insegnanti — scientifica, pedagogica, culturale e spirituale — è decisiva.

Fare rete, la famiglia resta il primo luogo educativo

L’espressione “alleanza educativa” che ricorre nel testo della Lettera, è emblematica per precisare quanto la famiglia non possa essere sostituita da altre agenzie educative: si tratta di collaborare e di essere consapevoli che la priorità educativa attiene a questo nucleo. Necessari sono l’ascolto, l’intenzionalità, la corresponsabilità: “È fatica e benedizione: quando funziona, suscita fiducia; quando manca, tutto si fa più fragile”. Del resto, lo stesso Concilio pone questa responsabilità dei genitori a fondamento di una sana istruzione. Se il mondo è interconnesso anche la formazione deve esserlo, promuovendo la partecipazione a ogni livello e abbandonando rivalità retaggio del passato e unendo ogni sforzo per una sana e fruttuosa convergenza tra scuole parrocchiali e collegi, università e istituti superiori, centri di formazione professionale, movimenti, piattaforme digitali, iniziative di service-learning e pastorali scolastiche, universitarie e culturali. Ciò che conta, secondo la visione di Papa Leone, è coordinare la pluralità dei carismi per comporre un quadro “coerente e fecondo”, facendo tesoro di eventuali differenze metodologiche e strutturali le quali vanno considerate delle risorse, non delle zavorre.

Il futuro ci impone di imparare a collaborare di più, a crescere insieme.

L’educazione cattolica unisca giustizia sociale e ambientale

L’obiettivo da cui non bisogna scostarsi è quello della formazione integrale della persona, in cui la fede viene considerata non “materia aggiunta”, ma “respiro che ossigena ogni altra materia”. Solo così, specifica la Lettera, l’educazione cattolica diventa “lievito” per un umanesimo integrale che abiti le domande del nostro tempo. E il nostro tempo, purtroppo, segnato in più parti dalle guerre, chiede proprio un’educazione alla pace che, si precisa ancora una volta, non è assenza di conflitto ma “forza mite che rifiuta la violenza. Un’educazione alla pace ‘disarmata e disarmante’ insegna a deporre le armi della parola aggressiva e dello sguardo che giudica, per imparare – sottolinea il Vescovo di Roma - il linguaggio della misericordia e della giustizia riconciliata”.

Dimenticare la nostra comune umanità ha generato fratture e violenze; e quando la terra soffre, i poveri soffrono di più. L’educazione cattolica non può tacere: deve unire giustizia sociale e giustizia ambientale, promuovere sobrietà e stili di vita sostenibili, formare coscienze capaci di scegliere non solo il conveniente ma il giusto.

Le tecnologie servano la persona, senza sostituirla

Mentre Leone XIV, attingendo sempre al Vaticano II, rimette in guardia dal rischio di “subordinazione dell’istruzione al mercato del lavoro e alle logiche spesso ferree e disumane della finanza”, in merito alle tecnologie lancia un messaggio chiaro:

devono arricchire il processo di apprendimento, non impoverire relazioni e comunità. Un’università e una scuola cattolica senza visione rischiano l’efficientismo senza anima, la standardizzazione del sapere, che diventa poi impoverimento spirituale.

In particolare, il Papa afferma che “nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita”. E aggiunge, entrando nel vivo del dibattito pubblico contemporaneo, che “l’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza”.

Meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili

Raccogliendo l’eredità profetica di Papa Francesco, dunque, con la Lettera “Disegnare nuove mappe di speranza”, Papa Leone aggiunge tre priorità ai sette percorsi già illustrati dal predecessore nel Patto Educativo Globale:

La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri; «Beati gli operatori di pace» (Mt. 5,9) diventi metodo e contenuto dell’apprendere.

Meno sterili contrapposizioni, più sinfonia dello Spirito

La richiesta lanciata dalla Lettera è, in conclusione, quella di disarmare le parole, alzare lo sguardo, custodire il cuore. Il mandato alla comunità educante, tuttavia, non ignora le fatiche: “l’iper-digitalizzazione può frantumare l’attenzione; la crisi delle relazioni può ferire la psiche; l’insicurezza sociale e le disuguaglianze possono spegnere il desiderio”. Proprio in questo quadro del presente, servono “qualità e coraggio”, da praticare in vista di una sempre maggiore inclusività che non sia indifferente verso le povertà e le fragilità, perché, rimarca il Papa, “la gratuità evangelica non è retorica: è stile di relazione, metodo e obiettivo”. Se così non fosse, si perderebbero i poveri, ma:

Perdere i poveri equivale a perdere la scuola stessa.

Ucraina, Sepe: in mezzo alla guerra siete segno della misericordia di Cristo

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Il cardinale arcivescovo emerito di Napoli, inviato del Papa, ha presieduto la Messa per il 650.mo anniversario della metropolia di Halyč a Leopoli. La visita al cimitero militare dove vengono sepolti i soldati caduti al fronte.

«Per secoli, Leopoli è stata un luogo d’incontro tra culture e credenze. In armonia e concordia vivevano fianco a fianco polacchi, ucraini, armeni ed ebrei. Ed è in questo crogiolo di nazionalità e culture che si è formata l’eredità cristiana, che ha ispirato, suscitato il dialogo e rafforzato la comunità della Chiesa universale. Forse è proprio per questo che la Metropolia è sopravvissuta ai momenti alti e bassi: il tempo della Riforma, il periodo delle spartizioni, la Seconda guerra mondiale, il comunismo — sempre ritrovando la sua missione, diventando una luce di speranza».

Sono le parole pronunciate oggi, sabato 6 settembre, nella cattedrale di Santa Maria Assunta a Leopoli, dall’inviato speciale del Papa, il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo emerito di Napoli, in occasione del 650° anniversario della creazione della metropolia di Halyč (successivamente Lviv dei Latini) della Chiesa cattolica-romana di rito latino.

Celebrando l’Eucaristia, il porporato ha ricordato «pastori, religiosi, religiose, laici che con la loro fede, il loro servizio e il loro amore per il prossimo hanno testimoniato la presenza di Dio nel mondo». Senza dimenticare «la moltitudine di laici, soprattutto quelli che, durante la persecuzione comunista, non solo rimasero fedeli alla Chiesa, ma a rischio della propria vita si impegnarono nella catechesi clandestina e conservarono la fede nelle famiglie».

«Tutti loro, chierici e laici, donne e uomini — ha aggiunto — sono stati santificati nella quotidianità, spesso in mezzo a condizioni difficili e alla complessità della storia. La loro vita è un richiamo al fatto che ciascuno di noi, indipendentemente dal luogo e dal tempo, è chiamato alla santità». Quindi, il cardinale Sepe ha rimarcato che «furono loro a comprendere le parole di Gesù dal Vangelo secondo Matteo, quando disse: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni… Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Questo mandato missionario è diventato per loro lo scopo della vita e rimane tuttora vivo nella metropolia di Leopoli, cioè per voi e per me».

Di qui, il porporato ha auspicato che tale eredità possa «ricordarci a cosa siamo chiamati e chi siamo: testimoni dell’amore di Dio, della Sua misericordia e dell’unità. Perciò, come fedeli, sostenuti dai sacramenti, costruite una Chiesa viva, comunitaria, aperta alle esigenze dei poveri, degli emarginati e dei malati. Soprattutto ora, di fronte alle tensioni e ai conflitti contemporanei, la metropolia di Leopoli può essere un esempio di incontro vivo nello Spirito Santo, forte nell’unità, ricca di identità, aperta al dialogo e al perdono».

Nel suo 650° anniversario, «la storia della metropolia di Leopoli — ha osservato ancora l’arcivescovo campano — si intreccia con il dramma del presente. La guerra in corso lascia un segno doloroso nella vita delle persone: rifugiati, feriti, disperati, afflitti, morti». Di qui, la gratitudine del porporato ai fedeli locali per la «incrollabile dedizione, per la testimonianza di fede, speranza e amore che offrite». «Grazie per i vostri cuori aperti e le azioni concrete verso i più bisognosi — ha concluso —. Il vostro servizio è un segno della misericordia di Cristo». Al termine della celebrazione, il porporato ha fatto dono alla cattedrale, da parte del Pontefice, di un calice.

La presenza del cardinale Sepe a Leopoli è stata occasione di numerosi incontri e appuntamenti: ad esempio, ieri, venerdì 5 settembre, il porporato ha visitato il Centro di riabilitazione per veterani e feriti di guerra “Unbroken” e la sede della Comunità di Sant’Egidio. A Briukhovychi, poi, ha salutato i chierici del Seminario maggiore dell’arcidiocesi di Leopoli e ha visitato la Casa della misericordia; nel pomeriggio di oggi, invece, si reca al cimitero militare dove ogni giorno vengono sepolti i soldati caduti al fronte, mentre domani, 7 settembre, consacrerà la prima pietra della chiesa parrocchiale romano-cattolica dedicata alla Medaglia miracolosa.

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2025-09/ucraina-sepe-messa-anniversario-metropolia-halic-leopoli.html

Il metropolita Andrea Szeptyckyj tra patriottismo e universalismo cristiano

In occasione del vertice Trump-Putin ad Anchorage in Alaska, nel giorno della festa dell'Assunta, pubblichiamo un articolo dello studioso ucraino Augustyn Babiak, sulla luminosa figura del metropolita della Chiesa greco-cattolica ucraina dal 1899 al 1944, nel 160esimo anniversario della nascita.

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«Oggi più che mai, l’umanità grida e invoca la Pace. È un grido che chiede responsabilità e ragione, e non dev’essere soffocato dal fragore delle armi e da parole retoriche che incitano al conflitto. Ogni membro della comunità internazionale ha una responsabilità morale: fermare la tragedia della guerra, prima che essa diventi una voragine irreparabile. Non esistono conflitti “lontani” quando la dignità umana è in gioco.La guerra non risolve i problemi, anzi li amplifica e produce ferite profonde nella storia dei popoli, che impiegano generazioni per rimarginarsi. Nessuna vittoria armata potrà compensare il dolore delle madri, la paura dei bambini, il futuro rubato. Che le Nazioni traccino il loro futuro con opere di pace, non con la violenza e conflitti sanguinosi!» Papa Leone XIV, 22 giugno 2025.

Alla Chiesa greco-cattolica ucraina la Provvidenza diede un grande vescovo, guida illuminata, fonte inesauribile di saggezza, che la governò per quasi quarantacinque anni dal 1899 al 1944 e le permise di resistere e sopravvivere alle più feroci persecuzioni perpetrate contro di essa.È una personalità monumentale e poliedrica, quella del venerabile Andrea Szeptyckyj, la cui appassionata azione pastorale fu alimentata dalla fedeltà alla liturgia bizantina e dall’unione alla Chiesa cattolica e al Papa, come garante dell’Unità della Chiesa di Cristo e della Tradizione apostolica. 

Ricevendo la consacrazione episcopale, adottò come proprio motto l’espressione In Pace, desiderando che tutto il suo ministero si svolgesse all’insegna dell’amore di Dio e del prossimo, per un rinnovamento morale e culturale della società come la situazione politica, sociale e religiosa del tempo reclamava:l’attrito nazionalistico tra Polonia e Ucraina, le dispute intestine, la mancanza di unità all’interno della comunità ucraina e le divisioni confessionali saranno i principali problemi con cui si confronterà per tutta la vita.

Il periodo del suo servizio episcopale coincise con alcuni dei momenti forse più drammatici della storia dell’umanità: la sopraffazione, la violenza, il terrore, lo sciovinismo dilagavano non tanto come azioni individuali quanto come metodo e prassi politica, adottati dai gruppi totalitari emergenti, sino bolscevismo in Russia e il nazismo in Germania.

Il metropolita individuava la causa di questi fenomeni nell’empietà, ovvero nel rifiuto o nella tiepida adesione principi della fede cristiana, e nell’indottrinamento delle ideologie totalitarie, che andavano affrontati e contrastati attraverso una paziente opera educativa condotta con l’aiuto del clero e dell’intelligencija

Nelle sue le sue prime lettere pastorali che da vescovo di Stanislaviv indirizzò agli iscritti ai circoli cattolici, delineando il suo programma di lavoro pastorale richiamava i fedeli ad un loro coinvolgimento diretto e attivo nella vita sociale secondo il richiamo evangelico: «Vi riconosceranno dai vostri frutti, che siete discepoli di Cristo». 

In tutto il suo magistero richiamerà sempre l’azione e l’impegno, l’amore per il prossimo e il patriottismo.

Già nella sua prima lettera pastorale, pubblicata nel 1899, evidenzia questo stretto legame tra amore per il prossimo e patriottismo indipendentemente dalla nazionalità o di appartenenza: «Un cristiano può e deve essere patriota. Ma il suo patriottismo non può essere motivato dall’odio e non deve imporre doveri contrari alla fede! Ciò che sembra patriottismo, ma che in realtà è animato dall’odio o si oppone alla fede, non è vero patriottismo». E in modo simile si esprime nel 1904 rivolgendosi ai polacchi greco-cattolici: «Il cristiano è tenuto ad amare la patria e a prendersi cura del bene del proprio popolo. Gli è vietata una sola cosa: non gli è consentito, neppure sotto la copertura del patriottismo, odiare, e ancor meno fare del male all’altro».

Il metropolita Szeptyckyj fu un deciso oppositore della violenza e del terrore; non rispose mai all’odio con l’odio, anzi prese sempre nettamente le distanze da un «patriottismo che tutela gli uni e respinge gli altri», come confessa a Cirillo Korolevskij in questa lettera che condensa in modo chiaro il suo pensiero: «Io non ho mai fatto mie le posizioni di un partito contro un altro […] anche perché questi partiti erano divisi sulla stessa idea nazionale (ucraina o filorussa). Era quindi necessario assumere una posizione estremamente prudente, per non contrastare né gli uni né gli altri, cosa per me moralmente corretta. Ho avuto bisogno di molti anni di lavoro, prima che la mia nazione potesse capire che ciò che mi muoveva era unicamente l’amore per tutta la nazione. Ho dovuto in tutti i casi non lasciarmi condizionare da quelle che sono le mie simpatie personali; ho dovuto anche rinunciare a tutto quello che poteva essere un’opinione o un desiderio personale […]. Per il bene dei miei fedeli mi impegnai per mitigare gli antagonismi delle parti, per appianare i contrasti tra le opinioni individuali, per istruire i miei fedeli nella cultura, nella scienza e nella santità».

Il “patriottismo” del metropolita si radicava all’interno di una visione lontana dalle posizioni che definiva “nazionalismo secolarista” o “sciovinismo fratricida” e che negavano una declinazione cristiana della politica. Nella sua visione, la Chiesa non poteva essere asservita ad alcun potere e la sua autorità spirituale e morale non poteva essere sterilizzata dallo Stato, anzi, la Chiesa doveva godere di piena indipendenza e far sentire liberamente la propria voce.

Per il metropolita l’unità, religiosa e sociale insieme, si poteva realizzare solo attraverso la tolleranza reciproca, la messa al bando di posizioni categoriche e dogmatiche, anche con l’accettazione di compromessi. Egli scriveva: «… C’è nell’animo ucraino un profondo e intenso desiderio di possedere un proprio Stato, ma, assieme a questo desiderio ce n’è uno altrettanto intenso e profondamente sentito: che lo Stato sia necessariamente della forma che desidera il partito, la cerchia, il gruppo o persino il singolo individuo. Come è possibile spiegare altrimenti la fatale tendenza alla discordia civile, le discussioni, gli scismi, la partigianeria che distrugge ogni causa nazionale? Come possiamo spiegare [altrimenti] l’atteggiamento violento di tanti patrioti, la cui opera ha effetti così deleteri?».

Gli appelli alla tolleranza e la condanna delle lotte fratricide 

All’inizio degli anni Trenta, preoccupato per la degenerazione morale e per concorrere a placare le rivolte sociali, il metropolita Szeptyckyj pubblicò una lettera pastorale nella quale condannò severamente i metodi di lotta usati dalle forze estremiste nel movimento nazionalista OUN, che puntava all’indipendenza, rammentando come fossero «contrari alla Legge di Dio, e quindi dannosi anche per la nazione». Contestava apertamente Szeptyckyj chiedendo la rottura dei rapporti con l’episcopato greco-cattolico e con il Vaticano che ne sosteneva la posizione, e la creazione di una Chiesa nazionale ucraina indipendente.

Un’altra energica condanna dell’uso del terrore come metodo di lotta è contenuta nella lettera che rivolge nel 1932 alla gioventù ucraina, volendo metterla in guardia sulle conseguenze dannose dell’ideologia totalitaria comunista: «Nel vostro sacrificio a volte andate così lontano da essere pronti a sacrificare non solo voi stessi, ma anche il bene altrui e i valori nazionali complessivi. […] Il bene altrui dovrebbe essere sacro non solo per un cristiano, ma per l’uomo in quanto tale. Violare questo bene non è permesso a nessuno, perché il fine più nobile non santifica i mezzi malvagi […]. Manca in voi ciò che le generazioni precedenti chiamano tolleranza […]. Ci siamo sbagliati pensando che al di fuori dell’atmosfera di libertà, di libera e volontaria volontà propria, non ci sia per gli uomini né bene, né felicità, né futuro, o quando pensavamo che fosse una prova di debolezza dell’uomo, quando questi non può convincere gli altri e deve costringerli? Questi slogan, che tolgono libertà, potranno mai portarla?».

Il metropolita Szeptyckyj vietò al clero di impegnarsi in attività politiche e nel 1934, dispose che nel caso un sacerdote sospettasse che una funzione liturgica potesse essere strumentalizzata per scopi politici, egli doveva rifiutarsi di celebrarla, definendo la pratica dell’abuso delle celebrazioni religiose un’autentica profanazione. Costanti e pressanti le sue raccomandazioni ai sacerdoti di vigilare sulla condotta dei loro fedeli e di ammonirli sulla gravità del peccato di omicidio: «La vita è sacra – scrive – un dono che appartiene unicamente a Dio e, per nessun motivo, ci si poteva permettere di toglierla».

Nel 1934 il metropolita visse dolorosamente l’assassinio del direttore del ginnasio ucraino di Lviv, Iwan Babij, che conosceva personalmente e stimava come fervente patriota ucraino e cattolico. In un appello ai fedeli, scritto poche ore dopo l’attentato, condannò nettamente l’operato dei leader del movimento nazionalista: «Da diversi anni – scrive – si moltiplicano le usanze secondo cui lepersone che fuggono dalla responsabilità personale, e persino dal proprio disagio, cercano di dominare le menti della nostra gioventù, non per educarla ad essere buoni cittadini, ma per usarla come strumento cieco di un folle terrore, che condurrà la nostra nazione a una rovina disastrosa e completa. I sedicenti leader allontanano persino la gioventù scolastica dallo studio e, sotto il pretesto o la scusa del sacrificio per la nazione e la patria, spingono i giovani direttamente nella follia del peccato, naturalmente […] considerandosi nel frattempo degli eroi».

Szeptyckyj nulla poté per contrastare i numerosi atti terroristici organizzati nel periodo interbellico ma certamente contribuì ad allontanare molte persone dagli estremismi del movimento nazionalista. 

Con lo stesso spirito si mosse al momento dell’attacco della Germania alla Polonia. Il 1° settembre 1939, mobilitòi sacerdoti ad ammonire i fedeli anon cederealle provocazionie alla propaganda tedesca eigiovani anon lasciarsi«indurre a nessun atto […] di disobbedienza all’autorità»ma a conservare«la prudenza e la calma, l’unità e la concordia»e a lasciarsi illuminare «dalla ragione supportata dalla fede. I Comandamenti di Dio siano la guida del vostro comportamento e del vostro cammino».

Nella lettera che indirizza al clero e ai fedeli in occasione del sinodo arcieparchiale di Lviv del 1940-41, ribadisce la sua idea di patriottismo per prendere le distanze dalle degenerazioni nazionaliste: «Il nostro patriottismo non può manifestarsi in forma politica; si trova nel fatto che amiamo il nostro popolo ucraino con un amore cristiano più di altri popoli. È per lui che siamo pronti a dare il lavoro di tutta la nostra vita, e anche la nostra vita. Tuttavia, ciò non ci impedisce di amare con amore cristiano il prossimo e i cristiani di altre nazioni che appartengono alle nostre eparchie; non vogliamo “ucrainizzarli”, ma concedere loro volentieri i nostri obblighi pastorali, come afferma l’apostolo Paolo: “A tutti e per tutti”». E chi è al potere non potrà mai costringere alcuno a commettere azioni contrarie al diritto delle genti e ai comandamenti di Dio: «Il futuro e la prosperità del nostro Paese – scrive – dipendono dalla nostra fedeltà al Decalogo».

La condanna delle lotte fratricide

I suoi appelli non impedirono le lotte fratricide polacco-ucraine, nonostante continuasse a invocarne la cessazione. 

Nel 1942 minaccia la scomunica per chi si macchia di crimini e omicidi. Altrettanto eloquente ed energica è la lettera pastorale del novembre dello stesso anno, «Ne ubyj» (Non uccidere): «Ingannano sé stessi, e ingannano anche gli altri, coloro che credono che l’omicidio politico non sia peccato. Come se la politica dovesse dispensare l’uomo dall’obbligo di osservare la Legge di Dio e giustificasse atti infami contrari alla natura umana. Non è così […] L’uomo che sparge il sangue innocente del suo nemico, dell’avversario politico, è un assassino come colui che lo fa a scopo dirapina. Allo stesso modo merita la punizione divina e la scomunica della Chiesa». Il metropolita indicava al suo popolo la strada maestra: assassinare un avversario politico non era un atto patriottico, era un delitto e come tale andava condannato; non si liberava e non si serviva la Patria con le mani lordate di sangue, ma il sacrificio di tutti. L’omicidio non solo violava il comandamento di Dio che ordina di “non uccidere”, ma sovvertiva le regole pacifica convivenza fra le due nazioni.

Questa sua presa di posizione fu oggetto di discussione durante il Sinodo della Chiesa greco-cattolica tenutosi nel novembre e dicembre 1942. Aprendo i lavori, Szeptyckyj espresse con grande preoccupazione per il compito arduo che attendeva i padri: «[…]abbiamo davanti, quest’anno, una malattia molto grave nel corpo della nostra Chiesa e della nostra nazione. Credo, senza esagerare, che si tratti della questione dell’essere o non essere! La follia di uccidere persone e l’ubriachezza… Ci troviamo di fronte a queste terribili malattie con mezzi che, umanamente parlando, sembrano del tutto inefficaci. […]. Sull’omicidio ho scritto due lettere e un decreto per il Sinodo. Ma ho l’impressione che le lettere e il decreto, i principi finora stabiliti, non abbiano cambiato la situazione nemmeno di un pelo. Alla lettera sull’omicidio aggiungerei ancora queste riflessioni. Le presento ai Reverendi Sacerdoti con la preghiera di utilizzarle nelle prediche: 1) le comunità cristiane sono così sensibili al sangue versato che con particolare orrore le persone sono solite allontanarsi dai carnefici, cioè da coloro che in nome della giustizia statale eseguono le sentenze di morte. L’apparizione di un carnefice anche in una grande città sconvolgeva tutta la popolazione, lo si evitava per strada, si usciva dal ristorante quando lui entrava, doveva abitare in periferia dove nessuno lo conosceva. 2) I letterati presentavano la figura del carnefice ancora più minacciosamente, come ad esempio Victor Hugo. E ora siamo in una situazione tale che in molti villaggi abbiamo forse persone per le quali il crimine di uccidere un uomo non è nulla. Incontriamo persone che raccontano come hanno ucciso il prossimo, incontriamo anche coloro che si vantano di non avere maggiore delizia che versare sangue. Come convertire tali persone? Come riportare alla salute la natura umana? Come fermare questo grido di sangue versato che chiama vendetta al cielo?». A queste domande il metropolita rispondeva che «Solo una onnipotente grazia di Dio può aiutare; abbiamo un solo mezzo efficace, la preghiera».

Un senso di impotenza e sfiducia nell’azione degli uomini è presente anche nella corrispondenza degli anni 1943-1944 con l’arcivescovo di Lviv di rito latino, Bolesław Twardowski. Szeptyckyj confutava le accuse, secondo il quale gli ucraini stavano massacrando i polacchi: non si poteva addossare la colpa a tutta la nazione –spiega –perché si trattava di crimini perpetrati da bande terroristiche e razziatori, anche la parte polacca si stavano attuando sanguinoserepressioni di rappresaglia contro la popolazione ucraina. E riconoscendo che le sue lettere pastorali non erano conosciute tra i polacchi, chiede che i suoi messaggi in traduzione polacca fossero pubblicati sulla Gazeta Lwowska.

In un’altra lettera indirizzata a Twardowski, Szeptyckyj scrive: «in questi tempi terribili ho compiuto il mio dovere ricordando ai fedeli il comandamento Non uccidere e mettendoli in guardia contro l’odio politico e nazionale». Si augura che anche il gerarca latino si rivolga in modo simile ai suoi fedeli: «Nella speranza che la voce dei pastori di entrambe le parti, che mettono in guardia contro il peccato e raccomandano la strenua osservanza dei Comandamenti di Dio, e soprattutto la carità cristiana, contribuisca a calmare gli animi e a normalizzare i rapporti reciproci».

Szeptyckyj fino alla fine della sua vita si batté contro l’uso della violenza. Nell’appello dell’agosto 1943, pubblicato sulla «Pravda», organo della clandestina Front di Rinascita della Polonia, non solo condannava gli atti di violenza, ma sollecitava la comunità ucraina affinché si salvasserooltre che la vita anche i beni della popolazione polacca minacciata dai terroristi. Agli inizi del 1944 Szeptyckyj, quando ormai le sue condizioni erano segnate, nella lettera «Myr o Hospodi» (Pace nel Signore) invoca la cessazione degli omicidi.

CONCLUSIONI

La posizione di Szeptyckyj, che si configura come un delicato e sempre cercato equilibrio tra patriottismo e universalismo cristiano, è stata però fraintesa o distorta. La sua opera, indipendentemente dalla sua volontà, venne percepita e interpretata anche come azione politica, ma questo non dipendeva da lui: se accadeva così, è perché l’annuncio del Vangelo, autenticamente vissuto, influisce sulla realtà concreta, storica e spesso trova in essa un impatto profondo.

Andrea Szeptyckyj ne era consapevole, perché nella citata corrispondenza con Cirillo Korolevskij scrive: «In tutto questo lavoro, nel quale ho perseguito non soltanto il bene dei singoli individui, ma soprattutto il bene generale della mia diocesi e della mia nazione, credo di aver fatto qualche cosa di buono e di essermi guadagnato la fiducia e la simpatia della nazione. E di questo provo gioia non tanto per me, ma per la causa della Chiesa cattolica, che come vescovo rappresento. Tutto il bene che ho potuto fare è stato purtroppo spesso interpretato dai polacchi come un male che ho fatto a loro: è possibile infatti che, a causa del mio impegno, ma anche a causa di altre circostanze non dipendenti da me, sia divenuto sempre di più difficile per loro tenere a bada i ruteni. I polacchi mi attribuiscono molta più influenza di quanta io realmente abbia e per questo pensano che l’ostilità che incontrano da parte dei Ruteni sia stata ispirata e sia sostenuta dalla mia influenza. Naturalmente in tutte le questioni nelle quali la nazione era concorde e solidale nel perseguire un bene giustamente a lei dovuto, io non mi sono potuto opporre e neppure potevo restare indifferente, senza nuocere alla causa cattolica che sta a cuore ai miei fedeli. Il mio principio ispiratore era la consapevolezza che loro avevano il diritto di trovare in me un vero padre che li assicurasse e li tutelasse in tutte le circostanze in cui i loro diritti erano messi in discussione. Così, in qualità di membro del Senato austriaco, molte volte ho dovuto interpretare e sostenere quelle che a me sembravano giuste istanze. Ma nelle stesse circostanze non ho mai parlato contro i polacchi e neppure ho fatto allusioni alla loro politica».

Anche i cattolici ucraini furono in più occasioni sospettosi o critici nei confronti del metropolita, ma questo non deve sorprendere perché egli si sentiva obbligato a richiamare i propri fedeli quando anteponevano la politica alla fede, affrontando a viso aperto le autorità civili quando pretendevano di parlare nell’interesse del popolo ucraino senza tenere in alcuna considerazione la dimensione religiosa.

E così alcuni lo accusarono di sostenere la causa dei nazionalisti ucraini e lo tacciarono di sciovinismo ai danni della nazione polacca, altri cercarono di strumentalizzare il suo nome e la sua fama per giustificare progetti di leadership politiche personali anti-ucraine, tesi entrambe non confermate dalla storia perché il metropolita servì la Chiesa e il popolo dell’Ucraina testimoniando però sempre, nelle parole e nelle opere, che essa è «una, santa, cattolica e apostolica», inviata in missione da Cristo alla totalità del genere umano e, come tale, è universale.

Possiamo ben dire che le parole di Szeptyckyj, sempre abbeverate di Vangelo, contraddistinsero la sua figura per responsabilità, per autorevolezza e per coscienziosità. Mai approfittò del suo ruolo o della sua funzione nella Chiesa per scopi personali, così come mai rimase in silenzio quando i comandamenti divini apparivano, non solo a lui, evidentemente violati. Nelle sue dichiarazioni pastorali condannò sempre ogni atto criminale con tutta la forza possibile. In ogni suo lavoro, in ogni sua attenzione pastorale, il centro del suo interesse fu sempre quello di diffondere una maggior coscienza e consapevolezza religiosa, di sostenere in modo sano le pratiche ecclesiali, mirando, attraverso l’attività sociale, al consolidamento della società attorno alle questioni essenziali per l’intera nazione, indipendentemente dal credo e dal pensiero dei suoi cittadini. Suo desiderio, e in verità sua forte passione, fu quello di orientare il pensiero non tanto ad accese questioni ideologiche, ma verso quell’attività sociale che secondo le sue parole avrebbe dovuto sostenere un continuo lavoro in campo culturale, educativo, scientifico ed economico. Per questo guardò con molta passione alle questioni professionali, locali e familiari, ritenendole la base del vivere insieme come cittadini e come credenti. In sostanza, reagendo vivamente a tutti gli sconvolgimenti della vita sociale del tempo, il metropolita Szeptyckyj fu la vera coscienza della nazione ucraina.

In questi nostri giorni, mentre una guerra sempre più crudele, causata da un’aggressione russa tra le più violente, sta devastando la nazione ucraina, fare memoria delle parole di questo pastore, costituisce un preciso imperativo morale. 

I tempi in cui stiamo vivendo, segnati ancora da troppa brutalità e da perverse ideologie pseudo-patriottiche, evidenziano con ancor più vigore l’eredità del metropolita Szeptyckyj e la sua visione urgente di ricostruzione della società – della Patria, di ogni Patria – a partire dall’amore per il prossimo, indipendentemente dalla diversità delle storie e dei pensieri. Se Szeptyckyj ha lasciato il segno nella storia, che ora, a distanza di alcuni decenni, stiamo riconoscendo, a noi non basta custodirne la memoria: a noi spetta il compito di continuare a perseguire quegli ideali, con la forza e il coraggio che il metropolita sapeva riconoscere in ogni uomo e in ogni donna di buona volontà.

Il metropolita Szeptyckyj, con tutte le sue forze, cercò in particolare di convincere la società dell’epoca che con la violenza, con l’odio e con l’aggressione non si potrà mai giungere a una società non solo cristiana, ma neppure autenticamente umana. 

Le sue esortazioni alla società in materia di protezione della vita, di moderazione nelle dispute politiche e di osservanza del Decalogo sono oggi ancor più attuali. Nessun potere, nemmeno un governo legittimamente costituito, può avvalersi il diritto di togliere la vita: avrà il diritto di giudicare e di condannare ma non di togliere la vita, anche se il condannato è accusato di omicidio, proprio perché anche un omicida ha comunque il diritto vitale che è di Dio. 

Purtroppo la storia non ci è ancora maestra di vita: i rapporti tra Stato e Chiesa, tra rappresentanti di una nazione e istituzioni ecclesiastiche, hanno attraversato tante volte momenti di forte ambiguità, soprattutto la dove parevano sovrapporsi le parole umane, le leggi degli uomini, alle Parole di Dio trasmesse dalla Scrittura. Non è ancora scontato quindi comprendere che la libertà di una Chiesa nei confronti di chi governa una nazione, in sostanza, non fa altro che sostenere l’autorevolezza della fede insieme alla capacità di una piena sovranità umana quale garanzia del bene comune.

Non c’è dubbio che le parole del metropolita Szeptyckyj, la sua esperienza, le sue relazioni e le sue prese di posizione, non possono che risultare di grande attualità visto i contesti in cui oggi ci troviamo a vivere. Parole come patriottismo, nazionalismo, fanatismo, preoccupazioni emergenti nelle ideologie scioviniste, nelle relazioni ecclesiali con gli apparati statali, nella violenza e nella brutalità come metodi relazionali, appaiono sempre più angosciosamente attuali.

È in questo contesto che si può riconoscere la modernità del metropolita Szeptyckyj, proprio a partire dal concetto di patriottismo e di nazionalitàdi mettere in guardia la società giusta distribuzione dei beni.

Il metropolita Szeptyckyj, in tutta la sua vita, non smise mai di mettere in guardia la società da tutto ciò che da sempre provoca ingiustizia, rivolgendosi con un’attenzione particolare ai giovani, ovvero al futuro di una nazione, sapendoli mettere in guardia dal formulare giudizi affrettati, dal tentare di risolvere le dispute con la forza, con la violenza e con la mancanza di rispetto verso i veri o presunti avversari. Alla fine sono questi insegnamenti imperituri che dovrebbero portare a un vero cambiamento nella sorte di un popolo, di una nazione, di un territorio, ed è per questo che oggi, in Ucraina, non solo i greco-cattolici, ma anche gli ortodossi, i rappresentanti di altre confessioni cristiane – così come chi appartiene a religioni diverse o chiunque creda nel bene comune – dovrebbero attingere a questa eredità.

La voce del metropolita Szeptyckyj rimase per troppo tempo quasi isolata, così come anche all’interno della stessa Chiesa non sempre è stata compresa la necessità di un cammino di riconversione umana dal dramma della violenza all’esercizio della compassione, dall’ideologia nazionalista alla pratica della comunione umana. 

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