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Parrocchia ucraina a Roma

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Vita di San Nicola

Mykolay Chudotvorez 3Un volto sereno, ampia fronte, barba ricciuta, la destra benedicente mentre la sinistra sostiene un evangeliario, il collo attorniato dall'omofòrion polistávrion (tipica insegna vescovile a croci), scendente su un felònion (casula): sono questi i lineamenti e gli elementi caratterizzanti l'icona di S. Nicolò, comunemente preposta dalle Chiese d'Oriente alla venerazione dei fedeli. Sono passati più di milleseicentocinquanta anni ed ancora questo grande taumaturgo, nei vari riti delle Chiese di Cristo, nelle lingue più disparate e con una fede che ha dello strabiliante, è solennemente celebrato dall'intera cristianità, specialmente dall'Oriente bizantino, nella cui devozione egli occupa un posto di universale popolarità.
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Eppure poco ci è stato tramandato della sua vita, anche se gli agiografi bizantini e latini abbiano cominciato a fissarne i fatti più salienti appena qualche secolo dopo la sua morte; l'innografia sacra che lo riguarda, soprattutto quella della tradizione liturgica delle Chiese d'Oriente, rimonta a più di un millennio; l'affascinante iconografia della sua ieratica figura ha interessato numerosi artisti e si è sviluppata ampiamente nell’arco di tanti secoli, i cui inizi si perdono nel lontano ricordo delle più antiche raffigurazioni sacre della storia della Chiesa. È il suo amore per il prossimo, non esauritosi nel corso della sua vita terrena e continua tuttora dal cielo ad alimentare il culto devozionale che gli viene tributato dai numerosissimi suoi devoti. Le ossa «mirovlite» che, stillando prodigiosa manna, fanno sì che egli, pur non appartenendo più al mondo, è nel mondo e, come canta 1'ufficiatura bizantina, «con amorevolezza si muove a compassione di chi l’invoca, e si lascia piegare dalle preghiere degli infermi». Sappiamo, per concorde affermazione di quanti hanno scritto di lui, che il Santo è nato a Patara di Licia in Asia Minore, verso il 270. La sua nomina a vescovo di Mira si fa risalire intorno agli anni 314 - 318. Ancora relativamente giovane, avrebbe difeso strenuamente la verità della retta fede contro le eresie di Sabellio prima, e di Ario poi, ed avrebbe preso parte al Concilio di Nicea del 325. Morì verso il 350. La sua tomba fu subito meta di pellegrinaggi con un ritmo sempre crescente, per più di sette secoli. Mira corrisponde all’attuale località turca di Domré e la Licia è la provincia Akdeniz Kinyisi dell’attuale Turchia. Sul luogo dell’antica sepoltura di S. Nicolò esisteva una basilica cimiteriale, oggi in stato di estremo abbandono, già restaurata nel 1042 da Costantino IX Monomaco e nel 1860 dai russi. Una spedizione, organizzata a Bari da due sacerdoti, Lupo e Grimoaldo, non solo per sottrarre le reliquie dal dominio dei musulmani ma perché fermamente convinti dell’onore che la presenza dei sacri resti del glorioso Taumaturgo avrebbe apportato alla loro città e per prevenire altresì un possibile trafugamento da parte dei veneziani che già vagheggiavano di fare altrettanto, privò Mira anche di questo tesoro. Non senza difficoltà si riuscì a portare le reliquie a Bari, dove arrivarono il 9 Maggio 1087. Attorno a questi dati succinti, si intesse una vita piena di strabilianti avvenimenti, che ben hanno meritato a S. Nicolò il titolo di «taumaturgo». Di questi, alcuni si inseriscono naturalmente nel corso della storia, altri invece sono frutto della fantasia di un popolo entusiasta che in simili casi suole spesso aggiungere ai fatti, meravigliosi di per sé, qualcosa di straordinario, rendendo cosi impossibile stabilire una linea di demarcazione tra leggenda e realtà. La fama della viva fede in Dio e della carità per il prossimo, testimoniate da S. Nicolò nel quotidiano sacrificio della sua vita terrena, cosi come la celebrità dei suoi miracoli, valicarono ben presto i confini della Licia, spargendosi per tutto il mondo cristiano; ed il suo culto e la sua popolarità - ciò che ancora di più continua a stupire - sono tuttora oggetto di costante e profonda devozione presso tutti i popoli cristiani, a motivo soprattutto -come sopra accennato- del misterioso liquido che emana dalle sue ossa. Già S. Romano il Melode (+ 556) aveva menzionato tale prodigio, e i sinassari orientali non mancarono di ricordarlo: «Giunto ad una vecchiaia inoltrata se ne andò verso il Signore, lasciando ai fedeli il suo prezioso corpo da cui emana il myron per le guarigioni, egli visse dopo la morte,avendo ricevuto la grazia dei miracoli ». Nell’VIII secolo, S. Teodoro studita (759-826), a proposito di questo mistico profumo, esprimeva la propria ammirazione e diceva che a causa di esso «la tomba che conserva le reliquie del glorioso vescovo di Mira è più odorosa dei fiori». Ed ancora, tra i più antichi biografi che testimoniano di questo fatto miracoloso, è il siciliano S. Metodio, il quale fu Patriarca di Costantinopoli (843 847). «Il Suo venerabile corpo, adorno di unguento e della fraganza del¬le virtù, nella chiesa ove fu tumulato, subito stillò un unguento spirante soave odore. Il ché lo difende da ogni potenza avversa e corruttrice, e mostra una salutare e vivifica medicina alla gloria di Colui che lo glorifica, il vero nostro Dio, Gesù Cristo». E alle affermazioni qui riportate fanno eco quelle di Giovanni diacono di Napoli, Simeone Logoteta il Metafraste, noti per avere scritto autorevolmente di lui, e quelle di altri illustri biografi che - come il santo archimandrita Michele, i due santi fratelli Cirillo e Metodio, il biografo Niceforo, l'imperatore Emanuele Comneno e tanti altri - si recarono in devoto pellegrinaggio nella patria di S. Nicolò a venerare le sue sacre Spoglie. A queste testimonianze bisogna aggiungere quelle più numerose di santi e di uomini illustri che hanno visitato la tomba del Santo nella basilica di Bari ed hanno esaltato con la parola e con lo scritto la prodigiosa manna che emanano i resti corporei del santo Vescovo di Mira. S. Giovanni Damasceno (+ 749) ha cosi scritto di lui: «Né la sabbia del lido, né l'acqua dell'oceano, né le goccioline di rugiada, né i fiocchi della neve, né il coro degli astri, né le piogge che cadono dalle nubi o le onde dei fiumi o le sorgenti possono essere paragonati, o Padre, ai tuoi miracoli... Per la grazia di Dio,S. Nicolò è un abisso di prodigi divini che è impossi¬bile raccontare». Infatti, i miracoli attribuiti dalla pietà popolare a S. Nicolò sono tanti. Ne citeremo solamente alcuni tra i più diffusi, narrati dagli agiografi, e che trovano variamente eco nella tradizione innografica ed iconografica riguardante il Santo. Il primo è quello che si riferisce alla sua gioventù, quando a vent'anni si trovò improvvisamente orfano. Avendo ereditato una fortuna considerevole, si servì di essa per elemosine ed opere di bene. Tre fanciulle, orfane di madre, destinate dal padre a procurarsi il denaro con un ignobile mestiere, furono le prime a beneficiarne. S. Nicolò, recandosi in incognito per tre notti davanti alla loro casa, lasciò ogni volta una generosa offerta di denaro e le salvò, come ricorda Dante nel XX Canto del Purgatorio (31 33), allorché fa risuonare sulle labbra di Ugo Capeto:«... Esso parlava ancor della larghezza - che fece Nicolao alle pulcelle - per condurre ad onor lor giovinezza». A questo avvenimento bisogna col¬legare senza dubbio la raffigurazione delle tre monete d’oro che si riscontra in alcune icone del Santo. Curiosamente, poi, il numero tre ricorre con frequenza nell’operato di S. Nicolò. Per un periodo di tre anni, il Santo si ritira nella solitudine di Cesarea di Filippi. Altro miracolo, che spesso trova riscontro nell’iconografia di S. Nicolò. tre bambini, uccisi e messi in salamoia, sono risuscitati ed escono dalla tinozza, dove erano a pezzi, sotto lo sguardo benevolo del Santo. Tre uomini, condannati a morte ingiustamente dal Governatore di Mira, sono salvati all’ultimo momento per l’intervento energico e deciso del Santo. Tre ufficiali imperiali, vittime di intrighi, accusati di alto tradimento, sono salvati e liberati dal Santo, il quale fa appello a Costantino il Grande. (Come si ricava dalla Praxis de Stratelate del VI sec., in cui è contenuta una delle più antiche menzioni del Santo). Gli agiografi che presentano il Santo come uno dei più strenui difensori della fede contro l’eresia di Ario, narrano, con un misticismo tipicamente orientale, che il nostro Santo soggiornò in una regione desertica della Palestina per una settimana, prendendo come cibo tre soli chicchi di melagrana accompagnati da tre sorsi d'acqua che si procurò immergendo la mano nel Giordano: ciò in onore della Ss.ma Trinità. Il riferimento di questo episodio alla presenza di S. Nicolò al concilio di Nicea appare chiaro, anche se solo qualche Padre annovera il nostro Santo tra coloro che vi presero parte. Ma S. Nicolò è assai più conosciuto e venerato come patrono del mare. E il primo miracolo avvenne proprio ad Andriaka, porto di Mira, in occasione di una tempesta che si abbatté sulle imbarcazioni di alcuni marinai al largo di quella città: sballottati tra la vita e la morte, essi lo invocarono con fiducia, solo perché ne avevano sentito parlare, senza conoscerlo, e furono salvati. Una figura di uno sconosciuto si presentò ai loro occhi, li incoraggiò, vegliò su di loro e li guidò al porto sicuro. Questo miracolo servì ad ispirare molti panegiristi e a divulgare ancora di più la notorietà del Santo a favore dei naviganti. S. Bartolomeo (X 1065), abate di Grottaferrata, così scrive di lui: “ Tu sei porto dei naviganti dalla tempesta... Chi dei mortali, o beato, può descrivere i prodigi che tu operi ogni giorno, grazie alla potenza divina, apparendo da vicino e da lontano a coloro che si trovano sul mare e sulla terra?”. Ma la fama di S. Nicolò come potente patrono del mare si accrebbe ancora di più dopo la traslazione delle sue reliquie a Bari, nel 1087. Furono i marinai stessi, che le trasportarono, a raccontare gli strabilianti interventi del Santo in loro favore, nel viaggio di ritorno, quando vennero salvati dalle minacciose tempeste che si abbatterono sulle loro navi. La commovente devozione a S. Nicolò non si esaurisce tuttavia nei miracoli fin qui riportati né in quelli meno noti, ma assai più numerosi. A lui continuano a ricorrere con fiducia, invocando assistenza e protezione, quanti si tro¬vano nelle necessità più disparate e per i casi più disperati, soprattutto a sostegno dell’infanzia e della gente di mare, uomini e donne di ogni età e di ogni ceto sociale, sicuri che il taumaturgo non mancherà di intervenire in loro aiuto, «perché - come canta Romano il Melode, due secoli dopo la sua morte - essendo tu, o Nicola, custode integerrimo della retta dottrina... ricevesti dall’alto la virtù di apparire, fin da vivo, agli imperatori terreni e di accorrere dopo la morte, come durante la vita, in soccorso di tutti quelli che nei pericoli invocano con fede il tuo nome. Tu, infatti, o Nicola, sei il grande ministro della grazia». Tre città principalmente se lo sono conteso a vario titolo come loro protettore e patrono. Mira per prima. E Mira è detta da S. Andrea di Creta (X 740) «città fortunata», appunto perché l’ha avuto come proprio Pastore: «Fortunata città di Mira, quale Pastore ricevi, pieno di amore per i suoi figli, che protettore! Che corona d’onore, di cui sarai fiera di vantarti sulla tua fronte! Si, oggi sei fortunata tra le città, perché possiedi un tale difensore, perché lo hai stabilito sulla sede dei tuoi pontefici; ma più felice ancora se cammini sulla sua luce, come dice la Scrittura, se vivi sotto la sua ombra!». Nicea, invece, si gloria - come testimonia il Damasceno - di averlo avuto tra i gloriosi santi Padri che difesero la vera fede contro l’eresia di Ario:« ... con la fionda dei dogmi tracciati da Dio, o Santo, tu hai respinto lontano dal tuo gregge i temibili lupi ed hai preservato il tuo popolo dalle chiacchiere stravaganti di Ario». Bari, infine, è felice perché come canta Stefano italo greco (sec. XI): «Mira ti aveva prima come protettore, ma ora guiderdone e baluardo insormontabile ti possiede Bari, felice della ricchezza a lei donata ». E i baresi, gelosi custodi delle sue spoglie, rinnovano ogni anno al loro grande Protettore un commosso tributo di devozione oltre che al 6 dicembre, giorno della commemorazione onomastica, anche il 9 maggio, in ricordo della festa della traslazione delle reliquie, istituita da Papa Urbano II con Bolla del 5 ottobre 1089. E, a proposito di questa doppia festa in onore di S. Nicolò, si riporta una leggenda russa che Vladimir Soloviev riporta nella sua opera «La Russia e la Chiesa universale». Essa racconta come S. Nicolò e S. Cassiano, inviati dal paradiso a visitare la terra, incontrarono un giorno, sulla loro strada, un povero contadino il cui carretto, carico di fieno, si era profondamente infossato nel terreno fangoso. Il pover'uomo si sforzava inutilmente di far procedere il suo cavallo. «Andiamo a dare una mano d’aiuto a quel bravo uomo» disse S. Nicolò. «Me ne guardo bene» rispose S. Cassiano «temo di sporcare la mia veste». «Allora aspettami, o continua il tuo cammino senza di me» rispose S. Nicolò, il quale, affondando senza timore nel fango, aiutò il contadino a rimettere in marcia il suo carretto. Quando, ultimato il lavoro, S. Nicolò raggiunse il compagno, era tutto coperto di fango e la sua veste sporca e stracciata sembrava il vestito di un miserabile. Grande fu la sorpresa di S. Pietro quando lo vide arrivare acconciato in tal modo alla porta del Paradiso. «Chi ti ha ridotto in questo stato?» gli domandò S. Pietro. E S. Nicolò raccontò il fatto. «E tu, domandò S. Pietro a S. Cassiano, non eri con lui in questo incontro?». Risponde S. Cassiano: «Sì, ma non ho l’abitudine di immischiarmi in ciò che non mi riguarda e poi ho evitato innanzitutto di imbrattare l’immacolato candore della mia veste». Disse S. Pietro: «Ebbene, Tu, S. Nicolò, che non hai avuto timore di insudiciarti, aiutando il prossimo tuo, sarai d’ora innanzi festeggiato due volte all’anno e sarai considerato da tutti i contadini della Santa Russia come il più grande santo dopo di me. Tu, invece, S. Cassiano, accontentati del piacere di avere la tua veste immacolata: non avrai la tua festa che una volta ogni quattro anni, nelle annate bisestili». S. Cassiano, infatti, è festeggiato, secondo il calendario della Chiesa d’Oriente, il 29 febbraio, ogni quattro anni; la festa di S. Nicolò, invece, ricorre due volte all'anno, il 6 dicembre e il 9 maggio, e il suo culto - quasi per concorde intesa di popoli - è tra i più sentiti della cristianità d’Oriente che d’Occidente. La devozione individuale per questo santo taumaturgo, nel corso dei secoli, si è trasformata in devozione collettiva, assumendo talvolta aspetti assai interessanti per la vita di un popolo. In Grecia non c'è nave, barca o veliero, che non abbia la sua icone. La gente di mare vede in S. Nicolò un proprio compagno di viaggio, un altro marinaio, l’abile timoniere celeste. Specialmente nelle isole ioniche di Corfù, Cefalonia e Zante, S. Nicolò è festeggiato con particolare solennità anche a maggio, in ricordo - si dice - dell’approdo colà delle reliquie del Santo nel viaggio di traslazione da Mira a Bari. Tra i russi S. Nicolò è venerato con una devozione commovente: nelle chiese aperte al culto, il giovedì di ogni settimana è dedicato a S. Nicolò e, in quel giorno, si suole celebrare una lunga ufficiatura, la «paraklisis» in onore del Santo, con cui il popolo devoto lo invoca con incrollabile fede oltre che per i bisogni personali anche per la propria Nazione, la Russia, di cui S. Nicolò è patrono. È tra quella gente che la sua icona si trova spesso circondata da raffigurazioni che ne illustrano miracoli e prodigi. Addirittura, in alcune città russe, come Novgorod, Rostov, Vladimir, ecc., si trovano più chiese dedicate al Santo, che portano però un titolo differente, a secondo degli attributi con cui lo si è inteso onorare. In Romania, S. Nicolò gode di grande simpatia e popolarità. Credenze varie, specialmente tra le popolazioni della Bucovina e della Moldavia, gli attribuiscono particolarissimi poteri e privilegi, anche tra gli altri santi. Nella gloria eterna, infatti, egli addirittura starebbe alla sinistra di Dio Padre! Ancora, nella notte di S. Basilio (1 gennaio), egli siederebbe, come ospite d’onore, alla mensa del Padre eterno! A Bucarest, poi, nella chiesa di S. Giorgio il Nuovo si conserverebbe in un prezioso reliquiario la mano destra di S. Nicolò, pervenuta colà tra il 1599 e il 1600, tramite un prete ruteno che l’avrebbe ceduta all’illustre vescovo Michele il Bravo. Ma non meno portentoso è giudicato S. Nicolò dalle popolazioni ortodosse dell'Est Europa e della penisola balcanica. Dovunque quei pii e devoti fedeli lo venerano e l’invocano con fiducia per essere liberati da ogni afflizione, ira e pericolo. In Italia, specie in quelle terre che un tempo costituirono la Magna Grecia, S. Nicolò rimane fra i santi più venerati. In Sicilia la devozione a S. Nicolò, dal regno normanno in poi, è diffusissima: si può dire che non ci sia paese senza una chiesa o almeno un altare a lui dedicato. I siculo albanesi dovunque il 6 dicembre lo celebrano con particolare tradizione: vengono confezionati dei pani rotondi recanti impressa l’effigie del Santo, spesso raggruppati a tre. Ad essi il popolo suole attribuire come spiegazione uno dei tanti miracoli del Santo in cui il numero tre ricorre curiosamente. Si tratta comunque di un rito tipicamente orientale, che si riallaccia ai colivi festivi (dolci a base di frumento bollito), previsti dalla liturgia bizantina per onorare con speciale solennità un Santo (Epìsime Eorté). Essi vengono benedetti verso la fine del vespro della vigilia, al momento dell'artoclasìa, e distribuiti ai fedeli che li assumono come sacramentali e ne fanno uso, celebrandosi la veglia notturna in onore del Santo, durante la cerimonia, o li conservano perché al momento opportuno possano con essi scongiurare terrificanti tuoni e lampi o l’approssimarsi di violente calamità atmosferiche. (Tratto da: Papàs Damiano Como, San Nicola, Testi Liturgici dell’Oriente Cristiano, 1979)

Scritto da Pietro Di Marco

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