Uno dei miracoli del Signore che mostrò la Santa Trinità e svelò la divinità nascosta di Cristo e la celeste beatitudine dell'uomo fu la Trasfigurazione (Metamórfosis). Di essa parlano i tre primi Evangelisti, Matteo, Marco e Luca, come anche un testimone oculare tra i discepoli del Signore, Pietro. Ciò che essi riferiscono si ascolta durante la divina Liturgia della festa (6 Agosto) e ci trasporta sul monte Tabor, su cui secondo la tradizione la Metamórfosis ebbe luogo.
«In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte su di un alto monte; e apparve trasfigurato di fronte a loro, e il suo volto diventò splendente come il sole, e le sue vesti divennero bianche come la luce.
Ed ecco, apparvero ad essi Mosé ed Elia che conversavano con lui... Allora una nube splendente li avvolse, ed ecco una voce dalla nube che diceva: questo è il mio figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo.
E, avendo udito, i discepoli caddero riversi ed ebbero violento timore» (Dall'Evangelo della festa, Matteo, 17, 1-6).
In modo semplice e non affettato, senza frasi superflue, il santo Evangelista fa riferimento ad un avvenimento della vita del Signore a cui assistettero con i loro occhi i tre Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni.
Essi si distinguevano e primeggiavano fra gli altri nella fede, nella dedizione e nell'amore nei confronti del Signore.
Come recita un tropario della festa, «O Dio e Verbo, che esisti prima dei secoli, che sei avvolto di una luce come di un manto, apparendo trasfigurato di fronte ai Tuoi discepoli, brillasti al disopra del Sole» (Stichirón delle Lodi).
Il volto del Signore rifulse nella lucentezza della Sua inaccessibile gloria divina e i Suoi indumenti diventarono bianchi come la luce.
Due personaggi d'eccezione del Vecchio Testamento, il grande Mosé e lo zelante Elia, apparvero in quell'istante di divino splendore.
Conversavano con il Signore sugli eventi futuri che sarebbero a Lui toccati, cioè la Sua morte redentrice che si sarebbe compiuta a Gerusalemme.
La salvifica venuta di Cristo era stata preannunciata da Mosé e dai profeti con simboli, immagini e profezie.
San Giovanni Crisostomo, dalla cui omelia tanto ha preso l'Akoluthía della Trasfigurazione, spiega il motivo per cui il Signore scelse quelle due personalità del Vecchio Testamento perché lo affiancassero nell'ora della Trasfigurazione.
Innanzitutto essi rappresentavano la Legge e i Profeti. Entrambi, poi, avevano goduto di una visione mistica di Dio, l'uno sul monte Sinai, l'altro sul Carmelo.
Inoltre, Mosé rappresentava i morti, mentre Elia, che era stato riportato in cielo su di un carro di fuoco, personificava i viventi. «Perché si apprendesse che Egli ha potere sulla vita e sulla morte, ed ha l'imperio su quelli di lassù e questi di quaggiù» (APG 11, 248-50); questo affermano anche i tropari della festa, con le parole: «In atto di conversare con Cristo, Mosé ed Elia mostravano che Egli è Signore dei vivi e dei morti» (II Stichirón dell'Esperinós).
La presenza di Mosé e di Elia nella Trasfigurazione pose anche l'accento sull'unità di Antico e Nuovo Testamento.
Il Cristo che era stato preannunciato nel primo con simboli e profezie, fu presentato dal secondo allorché proclamò il kérigma e operò miracoli.
Come afferma, ancora una volta, il Santo Crisostomo, «Due Testamenti e insieme due ancelle e due sorelle fanno scorta con fiaccole al solo Padrone; il Signore è preconizzato tra i Profeti; Cristo è annunciato nel Nuovo» (PG 50, 796).
Nel corso della Metamórfosis abbiamo anche l'apparizione della santa Trinità. Il Padre che chiama Gesù Cristo figlio Suo diletto, il Signore Dio-Uomo (Theánthropos) che appare trasfigurato e lo Spirito Santo che risplende insieme con il Signore sotto forma di nube lucente.
Quest'ultima è esplicitata nella pittura in un quadrangolo o altra figura geometrica che si iscrive nella «gloria» di Cristo.
A contrassegnare questa manifestazione trinitaria è il tropario: «Oggi sul monte Tabor misticamente Egli mostra il segno della Trinità» (III Tropario della Supplica o Litì).
E adesso la domanda: come assistettero i tre discepoli al mirabile evento? La risposta è data dal contacio della festa: «Sul monte apparisti trasfigurato, e, come ne furono capaci, i discepoli videro la Tua gloria, o Cristo Dio; perché comprendessero, quando Ti avessero visto crocifisso, la volontarietà del Tuo patire, ed annunciassero al mondo che Tu esisti veramente, riverbero del Padre».
Questo inno della nostra Chiesa ci informa in maniera breve e laconica di quanto i santi Evangelisti ci narrano riguardo alla Trasfigurazione del Salvatore; ci dice in primo luogo che i discepoli videro la gloria divina del Signore «come ne furono capaci», cioè nella misura in cui potevano, per interpretare la frase dell'Apolitíkion.
Non era possibile che gli Apostoli, come esseri umani, vedessero nella sua interezza il divino splendore del Signore. Se ciò fosse avvenuto, sarebbero morti: «Ciò hai pur loro risparmiato, che con la vista perdessero anche la vita» (III Stichirón della Litì).
In secondo luogo apprendiamo, dal contacio come anche da altri inni della festa, lo scopo della Trasfigurazione.
Vale a dire che il Signore apparve trasfigurato perché i discepoli capissero, quel giorno in cui Lo avessero visto sulla Croce, che la Sua Passione sarebbe stata volontaria, conforme al Suo volere.
Così, pieni di fede e certezza, avrebbero annunciato e proclamato a gran voce al mondo la Sua divinità. Come recita un inno della festa, era necessario «che, dopo aver contemplato le Tue meraviglie, non si scoraggiassero alla vista dei Tuoi patimenti» (I Stichirón dell'Esperinós).
Non è ozioso ripetere in questa sede che gli inni della nostra Chiesa riassumono le verità della fede, come le testimonia la Sacra Scrittura e le sviluppano i Padri della Chiesa. Così essi integrano la Scrittura, in quanto nei loro versi, certamente in veste poetica, si preserva la nostra sacra tradizione.
Quanto ora detto è indispensabile per comprendere l'icona bizantina della Metamórfosis, la quale è fedele rappresentazione di ciò che i Santi Evangelisti narrano.
1. Descrizione dell'Icona
«Il monte Tabor, con le tre vette. Sulla vetta più alta, al centro dell'icona, sta il Signore, eretto frontalmente, dentro una gloria (dóxa) di luce che è raffigurata da un cerchio luminoso, dentro il quale è iscritto un quadrato roseo o due, simboleggianti le due altre persone della Santa Trinità.
Le sue vesti sono bianche con lievi sfumature di colore. Per mezzo della destra benedice e nella sinistra tiene un rotolo [...] Benché nella Trasfigurazione si sia mostrato il Suo divino potere, Egli è rappresentato, nelle altre come in questa icona, in umile figura.
Alla sua destra è ritratto il profeta Elia e a sinistra il profeta Mosé oppure all'inverso, all'impiedi sulle due altre vette e curvi in adorazione, Elia in atto di conversare con Cristo, Mosé reggente le tavole della Legge.
Al di sotto di loro, in mezzo alle rupi, giacciono a terra i tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, in posizioni forzate, Pietro che si copre il volto per il bagliore e grida a Cristo, Giovanni prono, Giacomo capovolto e come scagliato a terra da una forza sovrannaturale.
Sui loro volti è impressa la paura e l'estasi. Stati d'animo, questi, conformi a quanto ricordato nel santo Evangelo: «E, avendo udito, i discepoli caddero riversi ed ebbero violento timore» (Matteo, 17, 6), come anche conformi ai tropari cantati durante la festa della Trasfigurazione, che recitano: «Essi, che non potevano sopportare il raggio del Tuo volto e lo splendore delle Tue vesti caddero riversi a terra», come pure: «I Tuoi discepoli, o Verbo, si gettarono al suolo, non sopportando di guardare la figura inguardabile». In molte icone della Trasfigurazione, quando è a disposizione un ampio tratto di parete da ricoprire, sono dipinti dietro l'altura sull'una parte Cristo che ascende al monte insieme ai suoi tre discepoli, e ancora dall'altra parte, gli stessi personaggi che discendono, e Cristo li benedice, ingiungendo loro di non rivelare a nessuno ciò che hanno visto, così come viene narrato nel santo Evangelo[...]» (F. Kóndoglu).
2. Il Significato dell'Icona per il fedele.
Come ogni icona bizantina, così pure l'icona della Trasfigurazione si fa occasione di pie riflessioni per il fedele che la guarda e la adora.
Contribuiscono a ciò i tropari della festa; in essi è messa in risalto, oltre alla manifestazione della Santa Trinità e la gloria di Cristo, la gloria dei fedeli nel Regno dei cieli.
In primo luogo, parlano di com'era l'uomo nel Paradiso prima di peccare. Questa «bellezza archetipica» è stata dimostrata mediante la Trasfigurazione di Cristo, che allora era Dio e uomo. In secondo luogo i tropari riportano, oltre quella iniziale, anche la condizione finale, quella gloriosa, dell'uomo.
«Mostrandoci il cambiamento dei mortali, quello che si avvererà nella Tua Gloria, o Salvatore, nella seconda e terribile Tua venuta, Ti trasfigurasti sul monte Tabor» (I Káthisma del mattutino).
Per godere tuttavia della felicità del cielo, dobbiamo munirci di virtù, poiché «coloro che rifulsero al sommo delle virtù saranno resi degni anche della gloria divina» (III Stichirón dell'Esperinós).
Il kondákion della Trasfigurazione viene letto quotidianamente nella Chiesa quando vengono recitate le "Ore".
Ciò avviene «poiché questa festa della Trasfigurazione è festa del mondo che verrà, perché come gli Apostoli videro la gloria di Cristo, così anche i beati nell'evo futuro vedranno la medesima gloria di Cristo» (Nicodemo Aghiorita, Sinaxaristís, vol. II, pag. 302). Designaci, o Signore, eredi del Tuo Regno senza fine!
Tratto da Ch. G. Gótzis, "O mistikòs kósmos tôn Vizandinôn ikónon" (Il mondo mistico delle icone Bizantine), Diaconia Apostolica, Atene 1995².





