È impossibile controllare le proprie emozioni quando vediamo un ragazzo nella fossa con un colpo di pistola alla nuca. Come è possibile, come? Bisogna avere un cuore di pietra per reagire a questo crimine diversamente. Tuttavia, penso che noi cristiani abbiamo un compito speciale: trasformare questo sentimento naturale di rabbia in coraggio attraverso la potenza di Dio e la preghiera… Il coraggio non è mettersi subito a odiare e a picchiare qualcuno. Un uomo coraggioso è colui che sa vincere, che sa resistere.
- La scorsa settimana gli ucraini sono stati indignati per la sceneggiatura vaticana della Via Crucis, secondo la quale in una delle stazioni una donna ucraina e una russa avrebbero dovuto portare la croce insieme. La reazione della società ucraina è stata comunicata al Vaticano sia dall'ambasciatore del Papa in Ucraina sia da Lei attraverso il Segretario di Stato. Tuttavia, la processione si è comunque svolta con questo simbolo di "riconciliazione" dei popoli. Come Lei ha reagito a questa decisione del Vaticano?
- Per noi stata è stata una sorpresa, così come per il Vaticano lo è probabilmente stata la reazione dei greco-cattolici, dei cattolici di rito romano, della società ucraina e dello Stato. Ovviamente, durante la scorsa settimana abbiamo iniziato un’intenso scambio di opinioni con varie strutture vaticane. Si è scoperto che questo tipo di eventi viene preparato con largo anticipo. Il testo della Via Crucis e i gesti della Via Crucis sono stati programmati e scritti prima dell'inizio della guerra russo-ucraina. Certamente, se avessimo saputo di questi testi e di questi gesti prima della guerra, avremmo reagito anche noi un pò diversamente.
Ma quando l'abbiamo visto nel contesto della fase calda della guerra, dopo tutti quegli orribili fatti di genocidio contro il nostro popolo, dopo le visite che ho fatto nelle nostre città e nei villaggi che rimasti sotto l’occupazione - breve ma mortale - ho capito che qualcosa non andava. Di conseguenza, abbiamo iniziato a dialogare in modo molto intenso e a cambiare qualcosa. Qualcosa siamo riusciti a far cambiare, qualcos’altro no.
La cosa più importante, diventata il fulcro della discussione della società ucraina, è stata la questione dell'idea stessa di riconciliazione. Questa idea davvero c’è? Come si può parlare di riconciliazione oggi? E se non oggi, quando?
In primo luogo, devo dire che l'idea stessa della riconciliazione in quanto tale è il caposaldo della fede cristiana. La croce è il simbolo di riconciliazione tra Dio e l'uomo. E da lì viene la riconciliazione tra le persone. L'apostolo Paolo ha affermato di considerare che quella di annunciare la riconciliazione tra Dio e l’uomo è la missione principale della sua predicazione apostolica. Pertanto, noi cristiani non possiamo rifiutare l'idea della riconciliazione in quanto tale.
Tuttavia, comprendiamo che quando si tratta di riconciliazione, soprattutto nel contesto della guerra, dell’aggressione dichiarata della Russia contro l'Ucraina, non ci troviamo di fronte alla riconciliazione tra alcune idee o buoni auspici, bensì tra le persone concrete che sono state ferite. E questa idea è molto delicata. Abusarne potrebbe avere l'effetto completamente opposto: le persone rifiuteranno l'idea in quanto tale, e ciò porterà a irreparabili conseguenze. Ecco perché per noi è molto importante spiegare a sé stessi, al mondo, persino ai teologi o ai liturgisti vaticani che la riconciliazione tra le persone è un lungo processo di guarigione delle ferite. E affinché questo possa iniziare, sono richieste determinate condizioni.
La prima condizione è smettere di ucciderci. Non si può parlare della cura delle ferite quando il nemico te le infligge costantemente. Per fare la pace, bisogna essere vivi. Ecco perché ho chiamato questa idea prematura, non cattiva o sbagliata, ma prematura. Perché per poter coronare in questo modo, per così dire, ciò che succede oggi, dobbiamo lavorare tutti e molto intensamente. Pertanto, non possiamo discutere oggi di gesti o di altri espressivi atti di riconciliazione, in particolare, tra i popoli ucraino e russo, né pensarci in qualche modo emotivamente.
Il secondo momento, senza il quale non ci sarà alcun inizio della riconciliazione, è la condanna del colpevole. Qui parliamo della giustizia nei confronti della vittima.
Ad esempio, non sarebbe potuta esserci alcuna riconciliazione tra i popoli polacco e tedesco, avviata dall'episcopato cattolico negli anni '60, se non ci fosse stato il processo di Norimberga, se non fosse condannato il nazismo come ideologia e se - dopo la Seconda guerra mondiale - non ci fosse stata una vera conversione in seno al popolo tedesco.
Nella nostra situazione, qualsiasi dialogo sulla riconciliazione tra gli ucraini e i russi può essere avviato solo quando si sarà concluso il processo di Norimberga per questa ideologia omicida dichiarata, come un vero manuale di genocidio, contro gli ucraini dalle pubblicazioni ufficiali russe, tra cui RIA Novosti. Non si può parlare di giustizia se i criminali non saranno processati.
Pertanto, potremmo aver bisogno di ragionare sul processo di riconciliazione, pregare per esso e, un giorno, forse, potremmo anche avere il coraggio di pensarci concretamente. Ma oggi non possiamo fare gesti di riconciliazione perché li falsificheremmo, e non sarebbero sinceri. Forse, questo è un idealismo interessante per i liturgisti che vorrebbero avere il segno di "riconciliamoci tutti". Ma per le persone vittime di questa guerra disumana, sanguinosa, genocida, questo tipo di gesto è molto offensivo e doloroso. E l'ho detto apertamente.
- Perché l'Ucraina non è stata pienamente ascoltata dal Vaticano?
- Questo gesto di due donne è rimasto [nella Via Crucis]. Probabilmente, non poteva essere abolito del tutto, perché era già stato annunciato e c'era un tentativo [da parte della società] di vedere chi fossero quelle donne. Penso che la reazione della società ucraina abbia chiarito senza mezzi termini che loro non potevano rappresentare l'intera nazione e lo Stato. Forse, si tratta effettivamente dell'amicizia di due persone che hanno da tempo lasciato i loro paesi (una la Russia, l'altra l’Ucraina) e che lavorano insieme e mantengono contatti tra di loro. Ma la loro amicizia privata non può diventare il simbolo di amicizia immaginaria e auspicabile tra i popoli. Cioè, qui c'era questa distinzione, e doveva essere tenuta a mente. Interpreterei così il gesto che tutti hanno visto in quell’occasione. È stato un gesto di persone private che non rappresentava né il popolo, né la Chiesa né lo Stato.
- Non sono unici azioni della Santa Sede che causano incomprensioni. Ad esempio, il 17 aprile il Papa ha riconosciuto che l'Ucraina è stata vittima di una "guerra folle in cui è stata coinvolta". Tuttavia, non è stata menzionata la Russia che ha invaso l’Ucraina. Come possono essere spiegate le dichiarazioni così vaghe?
- Se seguiamo la retorica personale, il linguaggio, la terminologia del Papa sin dall'inizio della guerra, si nota una certa evoluzione. Ed è un bene. Perché c'è un certo movimento, un cambiamento. Direi che questa è un'evoluzione verso l'Ucraina.
Ad esempio, la Russia dice che la guerra non c'è. Gia per questa parola, qualcuno in Russia può essere messo in prigione. E il Papa ha detto: non c'è un'operazione speciale, c'è una guerra folle che è una sconfitta dell'umanità, è una follia. Ha anche usato la parola "sacrilegio". Un'altro elemento molto potente: abbiamo visto chi è considerato dal Papa colpevole di questa guerra. Oltre a parlare della vittima, e cioè degli ucraini che sono stati aggrediti ingiustamente, egli manifesta gesti e simpatie personali. Si ricorda come aveva alzato la bandiera di Bucha, l'aveva baciata e aveva chiesto una preghiera incessante per l'Ucraina?
Ritornando da Malta, mentre rilasciava un'intervista ai giornalisti, il Papa ha elencato tutto ciò che il Vaticano ha cercato di fare per l'Ucraina in quelle poche settimane: la missione dei due cardinali, questo appello e alcune azioni per accogliere i nostri profughi. Il Papa è andato oltre e ha detto chi era colpevole di questa guerra. Tuttavia, non ha fatto il nome: c'è qualcuno nell'Europa dell'Est che sta minacciando il mondo con la terza guerra mondiale e che ha iniziato la guerra contro l'Ucraina. Abbiamo capito tutti di chi si stesse parlando, anche se io e lei avremmo voluto sapere di chi si tratta, chiamandolo anche per nome. Dopotutto, conosciamo tutti il nome della vittima. Ci piacerebbe sentire il nome del colpevole.
È possibile che l'evoluzione in questa direzione continui anche successivamente. Ma qui vorrei dire che la Santa Sede cerca oggi di essere al di sopra delle parti in conflitto, per poter poi diventare un mediatore, un ponte tra le altre due. Questa è la peculiarità della diplomazia vaticana: solo quando la parte vaticana è al di sopra del conflitto, essa può mediare tra le altre due parti. Oggi, tra l’altro, è molto usata per salvare la vita degli ucraini. In particolare, si tratta della richiesta di organizzare i corridoi verdi. Ora c'è una richiesta di salvare Mariupol. A proposito, ne stiamo parlando ormai da 55 giorni. E ci sono già stati varie azioni diplomatiche verso la Russia per far togliere l’assedio a questa città e salvare le persone. Direi che stiamo già avvertendo i risultati di questo approccio.
Ma essere al di sopra delle parti in conflitto a volte lega le mani della Chiesa nella sua voce profetica. Perché la voce profetica è quella che mostra il colpevole. E questa voce profetica ci manca un po'. Ma in tutto questo noi, i vescovi dell'Ucraina, abbiamo l'opportunità di diventare noi quella voce profetica, di dire la verità chiaramente di chi è il carnefice e chi è la vittima. Mi auguro che questa evoluzione della retorica e delle dichiarazioni del Papa continui nella direzione della posizione della parte ucraina, e che un giorno il colpevole venga condannato in modo chiaro e netto.
- Quali sono oggi le prospettive della visita del Papa in Ucraina? Rimane sempre così voluto?
- Penso che una visita del genere sarebbe molto utile per l'Ucraina. A Kyiv siamo molto felici quando nella capitale tornano le ambasciate. Ciò significa che la comunità mondiale e i suoi diplomatici credono sempre di più che l'Ucraina vincerà. Questo supporto è molto importante per noi. La visita del Papa in Ucraina sarebbe, in primo luogo, il segno di enorme attenzione di tutto il mondo e, in secondo luogo, di sostegno e di solidarietà. Allora il Papa si sarebbe definitivamente schierato con l'Ucraina, anche senza parole o dichiarazioni. Lei sa bene che a volte questo Papa non si esprime con le parole. Perché non è una persona che parla molto. Lo fa con i gesti. Questo è il suo modo di comunicare, il suo modo di trasmettere i suoi pensieri e atteggiamenti. Già nel novembre dello scorso anno lui mi ha assicurato di voler venire in Ucraina. Ovviamente, questa idea assume ora un contesto diverso. Durante l'intervista al Papa di cui abbiamo parlato sull'aereo (dopo il ritorno da Malta) questo gli è stato chiesto anche dai giornalisti. Ha detto di sì, che aveva questa visita sulla sua scrivania. Cioè, che ci stavano lavorando seriamente. Nessuno l’aveva messa in un cassetto o da parte. Ma, per quanto ho capito io, la decisione finale non è stata ancora presa. Il Papa ne ha, appunto, parlato al presidente [dell’Ucraina, Volodymyr] Zelensky durante la sua ultima conversazione telefonica. Perché sia lo Stato sia noi stiamo lavorando affinché questa visita si faccia. Ecco perché dobbiamo lavorarci su, dobbiamo pregare per questo e, di conseguenza, dobbiamo vincere sempre. Quando vinceremo sul campo di battaglia del Donbas, ci sarà tutto: ricostruiremo le nostre città e i nostri villaggi, e il Papa sicuramente verrà in Ucraina.
- Qual è oggi il ruolo della Chiesa nella guerra?
- Mi pongo questa domanda ogni giorno. Anche la parola “guerra” ha molti significati. Ci sono diverse guerre e le sue fasi, diverse sue manifestazioni, diverse forme. E quindi non esiste una risposta univoca a tutti i casi della guerra. Condividerò con lei non solo alcune idee, ma anche l'esperienza che stiamo acquisendo oggi. Quando la mattina del 24 febbraio i primi razzi sono arrivati su Kyiv, sa cosa abbiamo spontaneamente iniziato a fare? Tutti i nostri vescovi, i sacerdoti a Kyiv, Kharkiv, Chernihiv, Sumy, Odesa o Zaporizhia, senza distinzione, si sono precipitati a salvare le vite delle persone. E tutto il resto era subordinato a questo imperativo: salvare e mostrare il valore della vita umana. Con il manifestarsi degli eventi, abbiamo virtualmente diviso le varie situazioni, le circostanze e il territorio dell'Ucraina in tre zone. La prima è la zona di azioni attive. Allora ne facevano parte Kyiv e la regione. La reazione e le azioni concrete, che dovevano essere prodotte lì, erano diverse da quanto accadeva nell'Ucraina dell'ovest. La seconda zona è adiacente alle zone in cui sono in corso i combattimenti. E la terza è rappresentata dalle regioni centrali e occidentali dell'Ucraina, più calme. E in ogni zona noi, come Chiesa, abbiamo agito in modo diverso. Nella zona di combattimenti si è deciso all'unanimità di rimanere, di stare con la gente. Eravamo lì, e abbiamo aiutato gli altri ad andare via. Abbiamo cercato di allestire rifugi antiaerei, di nutrire queste persone, vestirle e fornire aiuti richiesti. Ma. allo stesso tempo, abbiamo aiutato le persone che volevano muoversi: con i trasporti, i consigli, con i contatti e così via. Abbiamo organizzato la logistica per la consegna di aiuti umanitari in quei punti caldi. Nell'area adiacente alle zone calde abbiamo realizzato centri logistici e centri di assistenza ai profughi che si spostano. Ad esempio, nelle prime settimane, l'unico percorso di fuga di cui hanno usufruito milioni di persone, da est a ovest, è stata la strada da Uman a Vinnytsia che proseguiva poi verso Khmelnytsky (perché l'autostrada Kyiv-Zhytomyr era chiusa). Questo percorso non era adatto al movimento simultaneo di così tante persone. Il viaggio da Uman a Khmelnytsky o Lviv richiedeva almeno 27 ore. Immagini la massa di persone che sono in viaggio per tutti questi giorni! Allora avevamo cercato di aiutare a rifornire le macchine di carburante, a dar da mangiare a quelle persone, a riscaldarle e a vestirle. Quando qualcuno chiedeva, gli offrivano la possibilità di pernotto. D'altra parte, abbiamo fatto del nostro meglio per far muovere altri camion da ovest a est. Ci sono state circostanze in cui i conducenti, a volte, non avevano il coraggio di spostarsi più a est, raggiungendo il sud della regione di Kyiv, o la regione di Zhytomyr o Vinnytsia. In quelle situazioni era necessario ricaricare questo grosso carico nelle auto più piccole e - percorrendo le strade di campagna - mandarlo dove ce n'era più bisogno. È stato un lavoro enorme. Ma questi nostri centri logistici hanno funzionato. Li ho visitati e sono rimasto colpito dall'ingegnosità dei nostri sacerdoti e dal grande lavoro dei volontari. Senza i volontari e la risposta spontanea di persone di diverse Chiese, che hanno aderito alla missione della nostra Chiesa, sarebbe stato difficile fare tutto questo. E la terza zona è l'Ucraina dell’Ovest, più calma, che ha accolto i rifugiati. Era necessario accogliere i profughi, trovare un tetto sopra la testa, fornire condizioni necessarie, in particolare per donne e bambini. In tutte e tre le aree, la nostra Chiesa si è rapidamente riorganizzata. Siamo stati costretti a passare le nostre attività sui binari militari.
- Qual è la situazione con le comunità della Chiesa greco-cattolica ucraina nei territori temporaneamente occupati? Come sono trattate dagli occupanti?
- Non lo voglio e non posso dirglielo per la sicurezza di quelle persone. Ma posso dire che cerchiamo di restare in contatto con tutti i sacerdoti. Grazie a Dio, sono tutti vivi. Stiamo cercando modi per aiutarli. Nessuno ha lasciato il proprio servizio.
Sono davvero orgoglioso dei nostri sacerdoti di Kherson. La gloriosa Chornobaivka si trova a sette chilometri dal loro monastero. Sono orgoglioso dei nostri padri di Melitopol e di altre città occupate nel sud dell'Ucraina. Sì, sono chiamati a varie conversazioni, sì, gli vengono fatte le visite ecc. Ma continuano a fare il loro servizio, a sfamare le persone, a essere lì praticamente l'unico supporto e punto di riferimento in quei tempi difficili.
Il mio dolore a parte è Mariupol. Uno dei nostri sacerdoti a Mariupol è stato tra gli ultimi a partire durante questo corridoio umanitario. E la scorsa settimana la nostra casa della Caritas a Mariupol è stata colpita da arma da fuoco arrivata da un carro armato, e due persone sono morte. Cioè, la Caritas Ucraina, come struttura di aiuto della Chiesa, ha lavorato lì fino all'ultimo, anche nelle condizioni così estreme. Non abbiamo informazioni sufficiente al momento. È plausibile che l'avamposto del ministero umanitario della Chiesa sia ancora paralizzato. Ma facciamo del nostro meglio.
Per quanto riguarda i territori che sono stati occupati e sono già stati sgomberati, menzionerò solo due centri. Chernihiv, dove i nostri padri redentoristi hanno sempre vissuto con la nostra gente anche sotto le bombe. Grazie a Dio, tutti sono sani e salvi. Dopotutto, Chernihiv era sotto l’occupazione tattica. Ci sono stati dei momenti in cui non potevamo contattarli perché non c'era né luce né riscaldamento. Tuttavia, quei tempi li avevano vissuti eroicamente.
Tuttavia, un caso particolarmente simbolico è diventato il nostro sacerdote di Slavutych con sua moglie. Ero così preoccupato per lui, ho pregato per lui così tanto! C'è stato un momento in cui lui è riuscito a uscire da Slavutych con i nostri militari arrivando a Kyiv per ricevere aiuti umanitari. L'ho incontrato qui, nella cattedrale patriarcale. Mi ha detto che, sfortunatamente, non poteva tornare presto di nuovo perché i carri armati russi erano entrati, e la strada che aveva fato, era ormai bloccata. Era accompagnato da un alto ufficiale, al quale ho detto: “Signor ufficiale, mi protegga quel sacerdote. Perché ci sarà di nuovo tutto: i carri armati, le case, ma non avrò più un ragazzo come lui". E poi sono andati via e sono riusciti ad entrare nella città assediata. Sua moglie incinta ha vissuto i primi giorni dell'occupazione e poi ha dato alla luce il suo terzo figlio, a lume di candela, in un buio e freddo ospedale ostetrico. È un vero sacramento pasquale. C'è stato un momento in cui le truppe russe sono comunque entrate a Slavutych. L’ho chiamato subito e gli ho chiesto: "Cosa stai facendo?" E lui mi ha risposto: "Sono con delle persone, con una croce, davanti a un carro armato russo". Si immagini! Le lacrime mi salgono agli occhi. E Slavutych ha resistito.
- I maltrattamenti della Russia nei confronti degli ucraini suscita in molti l’odio e la voglia di vendetta. E i cristiani, a cui la Chiesa insegna che la vendetta è un peccato, non sono immuni a questa reazione. È normale provare i sentimenti del genere in questo momento?
- In quelle circostanze ho sperimentato una certa evoluzione dei miei punti di vista. Una volta, quando ero insegnante di teologia morale e mi trovavo in un mondo di idee pie e buone, valutavo certe cose in modo diverso. Certi principi e certe verità sono eterni e non possono essere negati. Non ci sono circostanze che possono capovolgere il comandamento di Dio: "Non uccidere". Tuttavia, quando io stesso ho acquisito tutta quell'esperienza di guerra, ho visto come la nostra Kyiv è stata bombardata, e poi ho visitato tutti gli altri luoghi [città e villaggi liberati dall'occupazione], ho riconsiderato alcune cose. Forse, in tali circostanze possiamo conoscere meglio una persona vivente che alcune idee. A proposito, papa Francesco ha detto che l'uomo è più importante delle idee. Questo è uno dei suoi postulati, che mi ha anche aiutato ad essere coraggioso in quelle circostanze. Dirò questo: la reazione di una persona a tali circostanze provoca, ovviamente, un'emozione di rabbia. È impossibile controllare le proprie emozioni quando vediamo un ragazzo nella fossa con un colpo di pistola alla nuca. Come è possibile, come? Bisogna avere un cuore di pietra per reagire a questo crimine diversamente.
Tuttavia, penso che noi cristiani abbiamo un compito speciale (e questa, tra l'altro, è una delle regole dell'ascesi cristiana): trasformare questo naturale sentimento di rabbia in coraggio attraverso la potenza di Dio e la preghiera. Il coraggio è una virtù che prende la nostra reazione rabbiosa come un materiale naturale e la trasforma. Il coraggio non è subito mettersi a odiare e a picchiare qualcuno. Un uomo coraggioso è colui che sa vincere, che sa resistere. Io prego ferventemente, vedendo questi crimini, affinché nella nostra fede da tale collera puramente umana possiamo arrivare all’ira giusta che turberà costantemente la nostra coscienza: non abbiamo alcun diritto di dimenticare, alcun diritto di tacere, alcun diritto di stare senza fare nulla neanche per un minuto. Dobbiamo essere coraggiosi, resistenti e andare verso la vittoria. E lo voglio augurare a tutti noi.





