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Patriarx Josyf GulagL’ideologia comunista ha costretto milioni di persone a subire un sistema di sopraffazione e di negazione dell’umanità: i campi siberiani. La figura eccezionale del cardinale Slipyj incarna per sempre l’eroismo della resistenza cattolica all’orrore del comunismo.

Anni 80: seminaristi romani lavorano per la Chiesa del Silenzio

Roma, Sala conferenze, atrio centrale del Seminario Romano Maggiore: era il 7 novembre del 1984 e seguivo da seminarista una conferenza tenuta su “L’aiuto alla Chiesa che soffre”.

Coinvolto dai racconti dei relatori mi appassionai a tal punto che ancora oggi scrivo di quelle argomentazioni, perché non è mai ora di tacere in merito alle storie dei lager siberiani, che sono le storie della fede, della cultura, della dignità di quanti, in tre generazioni, si rifiutarono di obbedire, legati alle proprie radici cristiane.

Capendo quali atrocità produsse il regime sovietico, magari attraverso le voci delle vittime, potrà nascere un’Ucraina migliore. In quegli anni non era il momento di scrivere, era il tempo di agire in prima persona, era l’ora del fare e dell’impegnarsi nell’attività di sostegno a quella Chiesa ucraina. La mia era un’attività condotta assieme a quella di pochi altri: “pupilla oculi” del Santo Padre Giovanni Paolo II, appoggiandoci all’Opera Romana Pellegrinaggi, noi seminaristi introducevamo micro-bibbie, stampate a Roma in lingua ucraina, in Unione Sovietica al fine di contrastare l’azione del KGB, la temibile polizia segreta sovietica, che da tempo bruciava tutti i testi sacri e perseguitava in Ucraina quei preti cattolici che non avessero voluto sottoscrivere l’apostasia e la bestemmia verso il Papa.

L’arcipelago Gulag emerge dalle acque dell’oblio

Le testimonianze delle vittime che sono sopravvissute alla persecuzione passano tutte per il Gulag. «GULAG è la sigla dell’organismo statale (Amministrazione generale dei Lager) che gestisce il sistema concentrazionario nell’URSS: prigioni di transito, carceri, “isolatori” politici, campi di lavoro forzato, luoghi di confino e di esilio interno. Dal circolo polare artico alle steppe del Caspio, dalla Moldavia all’Estremo Oriente, dalle grandi città industriali alle miniere d’oro di Kolyma in Siberia, le isole del Gulag formavano un’invisibile arcipelago. Lo hanno popolato milioni di cittadini sovietici» (A. SOLZENICYN, Arcipelago Gulag, Mondadori,1974).

In ogni famiglia ucraina qualcuno era stato preso dalla polizia politica e condotto nel Gulag: ciò accadde soprattutto negli anni ‘30 quando si arrivò ad avere nei campi due milioni, o due milioni e mezzo di internati, che poi, nel corso di tutto il decennio successivo, divennero parecchi milioni. Per molti cittadini sovietici il gulag era solo l’espressione estrema e terribile di una condizione in cui viveva tutta la società, che era controllata e repressa. Era di certo cosa diversa essere repressi e lavorare in qualche modo a casa propria, dall’essere mandati in questi campi. Si sapeva. Si sapeva e si taceva, perché si capiva che il parlare poteva significare l’aumentare delle possibilità di essere inviati dentro i campi.

Questo clima di terrore, di ansia e di angoscia generalizzate tracima dalle memorie dei sopravvissuti, scritte in libelli che sono venuti alla luce negli ultimi dieci, quindici anni, sul nascere della Perestroika gorbacioviana. Sono emerse tantissime memorie, che erano state tenute nascoste o addirittura che sono state scritte molto dopo gli eventi. È meno certo che molti cittadini sapessero davvero come si viveva nei campi: chi sapeva, aveva cognizione di poco.

I comunisti cancellano l’episcopato ucraino

Durante la prima fase della destalinizzazione, sostanzialmente tra il 1954 ed il 1962, con il primo grande ritorno di prigionieri dai campi, informazioni più concrete sulla vita nel Gulag iniziarono a circolare, ma poco. Anche se nel periodo in cui Krusciov era il capo dello Stato ed il regime dittatoriale in Unione Sovietica era ovviamente diverso da quello imposto da Stalin, nella società ucraina rimase il desiderio collettivo di parlare poco delle esperienze di vita vissuta nei campi del gulag: qualcuno ne faceva parola solamente con le persone di cui aveva fiducia, spesso non si confidava neppure con i familiari.

Il calvario chiamato Gulag fu anche di Mons. Josyf Slipyj, Metropolita di Leopoli. Per preparare la forzata riunione della Chiesa Cattolica Ucraina alla Chiesa ortodossa russa, che sarà fatta proclamare l’anno seguente nello pseudosinodo di Leopoli, il regime diede inizio all’arresto e alla deportazione in massa di tutti i vescovi, del clero e dei religiosi cattolici che non avevano intenzione di accettare quella “unificazione” imposta con la violenza.

«L’ 11 aprile del 1945 - racconterà molti anni dopo - udii fermarsi sotto le finestre del palazzo arcivescovile di Leopoli parecchie macchine della polizia. Si presentò il colonnello Melnikov che mi mostrò un documento del procuratore, nel quale veniva ordinato il mio arresto. Venni perquisito dagli agenti, caricato su una macchina e condotto in prigione, in via Lont’ski. Nel sentirmi toccare da quelle mani, macchiate da tanti delitti, provai ribrezzo…». Nel 1946 venne condannato a otto anni di lavori forzati, nel 1953 la seconda condanna gli inflisse cinque anni di Siberia, nel 1958 la terza condanna aggiunse quattro anni di lavori forzati. Nel 1960 mons. Josyf Slipyj è Cardinale “in pectore” di Papa Giovanni XXIII. Nel 1962 una quarta condanna gli inflisse la deportazione a vita in Moldavia. Verrà liberato nel 1963 il 26 gennaio: a Roma è il 9 febbraio e durante lo stesso anno interviene per il Patriarcato al Concilio Vaticano, l’11 ottobre.

L’odissea del Metropolita Slipyj

Sbattuto senza pace da un lager all’altro, il metropolita torna, sul finire del 1947, da quello di Inta a quello di Boimy ed anche a quello di Pjecjora dal quale l’anno successivo viene trasferito nel lager di Potma. Quest’ultimo lager era nella Repubblica Autonoma di Moldavia, a circa 500 km da Mosca.

La testimonianza di Abraam Shifrin, compagno di prigionia del metropolita: «(…) capimmo subito che le autorità sovietiche non avrebbero mai liberato colui che per gli ucraini era un vessillo spirituale (...) Alla sera quando ci diedero razioni di cibo per quattro giorni, finì l’andare e venire per i vagoni, finalmente ci muovemmo. Il treno correva sempre più in fretta, mai mi era capitato di viaggiare in quel modo nell’Unione Sovietica: 4000 km da Tajscet a Potma, quasi senza soste, in tre giorni e mezzo, molto più velocemente. Noi sapevamo perché facevano correre così velocemente il nostro treno: perché gli stranieri non potessero fotografare quel miracolo del secolo ventesimo, vale a dire dei vagoni bestiame, pieni zeppi di prigionieri, muniti di torri con guardiole e cannoncini, illuminati a giorno da riflettori. Attraverso il finestrino, molto piccolo e bloccato da sbarre di ferro, in modo da non lasciare spazi più grossi di 20 cm, io vedevo passare infinite distese deserte. Attraversammo così quasi 1000 km di taiga siberiana, nelle regioni di Irkutsk, Krasnojarsk e Novosyrbisk».

Nell’autunno del 2004, con le elezioni presidenziali ucraine che hanno visto prevalere la Democrazia, con la nomina a Presidente del leader politico arancione Victor Yushchenko, i nostri discorsi e le storie del Gulag divengono un po’ di più retaggio del passato.

Per non dimenticare mai

Dopo venti anni di impegno pratico, è giunto per me il “tempo dello scrivere” per mantenere viva la memoria dei martiri nel Gulag, così come questo fu voluto da un regime che era teso a cancellare le radici cristiane del popolo ucraino. Questo regime ha oppresso e derubato la cultura e le tradizioni degli ucraini unitamente a quelle di tutti i popoli che vivono nelle 16 repubbliche che componevano l’Unione Sovietica. Perché non si torni indietro, perché si percorrano le strade della democrazia e della libertà, nella fede in Dio; perché si comprenda quanto l’attività del KGB sia stata attiva sul fronte interno dell’Unione, al servizio di una ragion di Stato vile ed esasperata, dobbiamo coltivare la memoria del danno perpetrato all’Umanità nel Gulag.

RC n.12 - febb/marzo 2006 di Giulio de Nicolais

 
 

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