Преображення ГНІХ

Preobrazhennia 3

Неділя 12-та по ЗСД

Bahatyy junak 1

Свята Літургія в Остії

Ostia 1

Вхід

Гості он-лайн

На сайті 153 гостей та відсутні користувачі

УГКЦ

ugcc

УГКЦ в Італії

UGCC Italia

Katolytskyy ohladach

F90FC7DF 965E 4189 A944 D73CF6781233Holodomor, noto anche come Genocidio o Olocausto ucraino, è il nome attribuito alla grande carestia che si abbatté sull’Ucraina negli anni 1932 e 1933, e che fu dovuta allo sfruttamento pianificato dal regime sovietico, con la collettivizzazione delle proprietà agricole e la confisca del bestiame e dei prodotti della terra. Fu causa della morte di oltre tre milioni di ucraini, la metà dei quali giovani fino ai 17 anni, ed è stato riconosciuto dal Parlamento europeo nel 2008 come uno «spaventoso crimine contro il popolo ucraino e contro l’umanità», pianificato «con cinismo e crudeltà dal regime di Stalin al fine d’imporre la politica sovietica di collettivizzazione dell’agricoltura contro la volontà della popolazione rurale in Ucraina».

Nel saggio che qui proponiamo, lo storico e teologo ucraino Augustyn Babiak mette in luce in particolare il ruolo svolto dal metropolita greco-cattolico Andrej Szeptyckyj nel denunciare al mondo la tragedia e nel favorire gli aiuti internazionali. Il testo è stato proposto con il titolo «La Chiesa greco-cattolica e l’Holodomor (1932-1933)» in occasione della conferenza «85° anniversario del genocidio ucraino, 1932-1933. Ricordare, imparare, prevenire», organizzata dal Consolato generale ucraino e dalla Chiesa greco-cattolica ucraina in Italia, a Milano, dal 24 al 26 novembre 2017.

 

L’Ucraina ha una storia tormentata. Nel 1922, fallito il tentativo d’instaurazione di uno stato indipendente, dopo il crollo degli imperi russo e austro-ungarico, la maggior parte dei suoi territori entrò nell’orbita sovietica, e nei decenni successivi ne subì il regime repressivo, che univa l’odio antireligioso alla volontà di sradicamento del mai sopito sentimento nazionale.

Morto Lenin, nel 1924 si insediò Stalin, che progressivamente concentrò nelle proprie mani tutto il potere e avviò un processo di radicale trasformazione delle strutture dello stato attraverso i cosiddetti «piani quinquennali». Era un programma di sperimentazione socio-economica, mai in precedenza attuato, attraverso il quale con uno sviluppo accelerato, affidato esclusivamente all’industrializzazione con la contestuale eliminazione dell’iniziativa privata, lo stato diventava la locomotiva trainante del progresso.

Esso prevedeva il trasferimento della ricchezza prodotta dall’agricoltura all’industria pesante, primo passo per fare di un paese povero e arretrato una grande potenza. A questo scopo, e in quello che era conosciuto come il «granaio d’Europa», espropriò forzatamente le terre e le fattorie dei piccoli proprietari e al loro posto creò nuove aziende collettive di coltivatori controllate dallo stato. Pur incontrando la tenace reazione delle popolazioni rurali, fiere custodi di un patrimonio identitario che trovava nella Chiesa un solido punto di riferimento, Stalin procedette all’eliminazione sistematicamente pianificata dell’identità ucraina, perpetrando una soppressione che ha tutte le caratteristiche di un genocidio, assimilabile all’Olocausto degli ebrei.

È la tragedia che conosciamo come l’Holodomor. Gli ucraini nell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS) divennero così ostaggi e principali vittime del crudele esperimento attuato dai funzionari bolscevichi guidati da Stalin, perché fra i contadini ucraini questa pratica non poteva trovare accoglienza, gelosi com’erano della propria indipendenza e del culto della proprietà. 

Fin dagli anni della sua attività come rappresentante dell’Ucraina al Parlamento di Vienna, la questione sociale e i rapporti tra la Chiesa greco-cattolica ucraina e il socialismo furono motivo di preoccupazione costante nell’azione pastorale del metropolita Andrej Szeptyckyj (1865-1944), figura carismatica e guida spirituale del popolo ucraino della Galizia. [1] Egli era cosciente che la Rivoluzione d’ottobre era una minaccia non solo per la Chiesa, ma anche per la società intera, in quanto imponeva un modello economico-sociale che soffocava la libertà e l’autonomia delle nazioni.

Contrariamente infatti alle dichiarazioni programmatiche, nella realtà i bolscevichi avevano permesso all’aborrito capitalismo di affermarsi nella sua «forma più estrema e ingiusta», cioè come assolutismo statale, contro il quale il metropolita non cessò di protestare, convinto com’era che tale sistema sarebbe stato disastroso per le popolazioni delle repubbliche gravitanti nell’orbita sovietica: «Sulla carta – egli scrive – esse risultano apparentemente libere, ma nella realtà gemono sotto il giogo insanguinato di Mosca». Attraverso il possesso e il controllo dei mezzi di produzione e il lavoro coatto, attraverso una pesante imposizione fiscale e le requisizioni delle piccole imprese private, lo stato «succhiava il sangue delle persone». [2] La sua invadenza anche nell’agricoltura, con l’introduzione delle fattorie collettive, aveva portato al fallimento la piccola economia a conduzione familiare, creando una situazione tale per cui i contadini, espropriati della loro principale fonte di sostentamento e costretti a lavorare a vantaggio esclusivo del governo, erano stati portati alla disperazione e alla morte di fame.

Il 14 luglio 1933, quando nell’archieparchia di Lviv le notizie del dramma che si stava consumando a 800 km di distanza in Ucraina risultarono confermate, il metropolita Szeptyckyj con i suoi vescovi, rotti gli indugi e lasciata da parte ogni forma di prudenza, sottoscrisse una coraggiosa denuncia, in cui condannava senza mezzi termini il comunismo sovietico come un «sistema cannibalesco di capitalismo di stato». In quella drammatica situazione egli si affidava alle mani di Dio: «L’Ucraina sta lottando con la morte. La gente sta morendo di fame. Il sistema del capitalismo di stato, che poggia sull’ingiustizia, sull’inganno e sull’ateismo, ha portato il paese, una volta così ricco, alla completa rovina. Tre anni fa il papa Pio XI ha alzato un’energica protesta sulle conseguenze che il bolscevismo, contrario a Dio e alla natura umana, porta con sé. Insieme a tutto il mondo cattolico, aderiamo alla protesta del santo padre. [3] Oggi vediamo la vera faccia del bolscevismo in questa spaventosa situazione, che sta peggiorando giorno dopo giorno. Nemici di Dio e dell’umanità, hanno negato la religione, fondamento dell’ordine sociale; hanno abolito la libertà, il dono più grande concesso all’uomo; di contadini liberi hanno fatto schiavi e nella loro stupidità ora non trovano i mezzi per sfamarli, loro che hanno lavorato con il sudore della fronte. Non ci sono parole di fronte a questi crimini, il sangue gela nelle vene. Anche se impotenti a portare un aiuto materiale ai nostri fratelli morenti, facciamo appello ai fedeli della nostra Chiesa, li supplichiamo perché li aiutino con la preghiera, con il digiuno, con sacrifici, con altre buone opere di carità cristiana, con il lutto nazionale, impetrando così l’aiuto del cielo, perché sulla terra non c’è speranza di ottenere un aiuto dagli uomini». [4] 

Il metropolita e la Chiesa greco-cattolica, da sempre vicina al suo popolo, sapevano del piano di Stalin di annientare l’Ucraina e di soffocare tutte le sue velleità d’indipendenza. Ma quando l’Holodomor dilagò in tutta la sua efferatezza si ritrovarono inermi a contrastare un avversario diabolico.

Fedele alla sua storia di vicinanza al popolo, la Chiesa greco-cattolica dovette sottostare a una serie di oggettive limitazioni alla sua azione. Pur essendo la struttura religiosa più organizzata, essa era poco rappresentata nelle sedi del paese, confinata com’era nella parte occidentale dell’Ucraina, conosciuta come Galizia. La Chiesa ortodossa russa era paralizzata e perseguitata e, condizionata dal regime, era incapace di elaborare interventi di sostegno: i suoi sacerdoti furono imprigionati nei gulag e i monaci incarcerati a Slovki. Negli anni Trenta la Chiesa ortodossa autocefala ucraina e la Chiesa greco-cattolica russa furono liquidate c la Chiesa cattolica latina ridotta nella sua capacità di azione. Anche la Chiesa cattolica latina aveva poche possibilità di intervento, anche se la Santa Sede aveva avviato una campagna di reazione e di denuncia.

La Chiesa greco-cattolica ucraina era soffocata dalla pervasiva e perfida propaganda bolscevica, che negava ogni evidenza; non aveva libertà di manovra, a differenza della Chiesa della diaspora, libera, dotata di mezzi e animata da persone culturalmente più preparate. Ma anch’essa, alla prova dei fatti, non poteva intervenire negli affari interni dell’Ucraina, e mancandole un valido interlocutore risultava complicato, quasi impossibile, organizzare una logistica per gli aiuti da destinare a un territorio distante centinaia di chilometri, nel quale, secondo la propaganda di regime, non era successo né stava succedendo nulla. Aiuti provenienti dalla comunità internazionale e in particolare dalle efficienti Croce rossa austriaca e tedesca furono bloccati, rifiutati o requisiti, mentre la gente moriva di fame.

Anche i circoli politici e umanitari degli ucraini residenti in Francia, [5] in Germania [6] e in Cecoslovacchia [7] si attivarono per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla tragedia che si stava consumando in patria, coperta dalla propaganda per nascondere i crimini che venivano perpetrati. [8]

Grazie all’intervento del Comitato d’aiuto ucraino di Lviv, il metropolita riuscì a far pervenire, in modo clandestino, pacchi viveri, che risultarono però drammaticamente insufficienti.

L’impegno del metropolita Andrea Szeptyckyj fu quello di denunciare al mondo la tragedia. Era perfettamente consapevole che i fatti che denunciava sarebbero stati contestati dai suoi oppositori, tuttavia questo non lo distolse dal suo intento: «Se tu ti rifiuti di credere a me, io sento che mi stai facendo male», scriverà accorato ai suoi fedeli: alludeva alla sua età e alla sua esperienza, alle sue condizioni generali di salute, per mettere in guardia i più giovani che, nella loro ingenuità e fiducia, più facilmente potevano essere manipolati dalla propaganda. Anzi, riteneva che per la distanza le informazioni che provenivano dall’Ucraina giungessero incomplete e che di quello che stava succedendo si avesse sentore solo in minima parte, ma già questo era di proporzioni apocalittiche, per le violenze, il numero dei morti, l’abbrutimento cui era costretto il pacifico popolo ucraino: «Noi non possiamo ancora interamente conoscere quello che i bolsceviche hanno fatto per distruggere i villaggi ucraini e per ridurli alla miseria, ma ciò che ci è giunto evidenzia in modo chiaro che i bolsceviche sono contro il popolo, lo stanno distruggendo e vogliono continuare a farlo fino a quando non l’avranno del tutto annientato». [9]

La tragedia negata

In una lettera del 17 gennaio 1933, indirizzata al segretario degli Affari esteri del Partito radicale democratico ucraino Diakonenko, scrive: «Le notizie che ricevo dall’Ufficio del Partito radicale democratico ucraino di Praga sono molto dolorose. Sono convinto che, senza alcun dubbio, si deve agire e fare tutto il possibile per aiutare gli affamati in Ucraina. Sono altrettanto convinto, però, che questa operazione si rivelerà più difficile del previsto». [10]

Il metropolita era cosciente della tragedia, vedeva però come gli ostacoli per affrontarla erano insormontabili: i bolsceviche negavano; la diplomazia internazionale nascondeva o si lascia anch’essa irretire dalla propaganda bolscevica; la Chiesa ortodossa russa in Polonia era morbida e accomodante, anche se sporadiche voci di denuncia erano alzate; la Chiesa greco-cattolica era sopportata ma non era considerata interlocutrice dello stato e non poteva fare altro che denunciare l’orrore della tragedia. La Chiesa greco-cattolica che operava in Galizia non aveva completa libertà di azione, oltre che con il governo polacco voleva coltivare buoni rapporti con l’URSS, quindi frenava e non dava ascolto alle critiche dei suoi pastori. [11]

Per sensibilizzare la pubblica opinione, commentava, è necessario preparare una capillare e solida organizzazione senza lasciare nulla al caso; bisogna organizzare un ufficio centrale che raccolga capillarmente testimonianze, dati, statistiche, relazioni, fotografie che documentino la situazione, e che si possano poi diffondere e far conoscere al mondo. E concludeva: «Si potrebbe pensare anche a qualche finanziamento dei mass media perché parlino della tragedia. Ma per questa operazione sono necessarie molte risorse». [12]

Risorse di cui la Chiesa greco-cattolica non disponeva, pur facendo tuttavia sentire fino all’ultimo la sua pur flebile voce.

Il metropolita, tramite il suo referente a Roma mons. Ivan Buczko, già nel 1932 si era attivato per far giungere a papa Pio XI, alla Sacra congregazione per le Chiese orientali e al nunzio apostolico a Varsavia, notizie sulla reale portata del dramma che si consumava in quell’angolo del mondo. [13]

La Santa Sede si mosse con cautela, ma al tempo stesso con determinazione, attraverso il vescovo gesuita francese mons. Michel d’Herbigny, il quale, a nome del papa e per conto della Commissione «Pro Russia», fu nominato coordinatore di una rete di aiuti. [14]

Il 17 ottobre 1933 il metropolita, assieme ai suoi vescovi, protestò di nuovo contro i crimini perpetrati dai bolscevichi e invitò i fedeli a offrire preghiere, penitenza ed elemosine per sostenere la Commissione per gli aiuti all’Ucraina della Caritas austriaca. [15] Il popolo rispose e si mobilitò e così i vescovi decisero di dichiarare la giornata del 29 ottobre come lutto nazionale e raccomandarono al clero far conoscere nelle omelie la tragedia dell’Ucraina.

A Lviv furono allestiti 35 comitati umanitari, tra i quali Ukrainska Parlamentska Representazia, Prosvita, Naukove Tovarystvo «Taras Sevchenko», Unione dell’Azione cattolica ucraina e Unione delle donne ucraine, e fu creato un ufficio per coordinare gli aiuti che giungevano dall’estero. Esso si organizzò in sottocomitati più piccoli e periferici per soccorrere con maggiore tempestività i bisognosi e i più esposti a quella tragedia. Raccolse documenti e testimonianze per far conoscere alla comunità internazionale la drammatica situazione interna.

Fu coinvolto anche il card. Theodor Innitzer, arcivescovo di Vienna, il quale con celerità e concretezza mobilitò la Chiesa austriaca, la quale in una campagna di solidarietà dal 16 al 17 dicembre 1933 convocò a Vienna una conferenza interconfessionale, alla quale parteciparono il vescovo ausiliare mons. Nykyta Budka in rappresentanza del metropolita Szeptyckyj e i referenti dei comitati di aiuto di Lviv e della diaspora. [16] Tra le altre decisioni vi fu quella di invitare le potenze occidentali a non comperare dalla Russia il grano requisito in Ucraina. Tale proposta fu inoltrata alla Lega delle nazioni attraverso il presidente degli Stati Uniti Roosevelt. [17]

Scrive Innitzer: «Nessuna smentita può nascondere il fatto che centinaia di migliaia o addirittura milioni di persone muoiono di fame in URSS in questi mesi. Arrivano centinaia di lettere di denuncia e di richiesta di aiuti dalle regioni russe, principalmente dall’Ucraina e dal nord del Caucaso ... Giungono testimonianze che ci descrivono dettagliatamente i drammi terrificanti vissuti attualmente in URSS e dalla popolazione ucraina ... Richiamo la vostra attenzione specialmente sul vibrante appello del metropolita Andrea Szeptyckyj e dell’episcopato ucraino della provincia ecclesiastica di Galizia, che implorano, in modo commovente, un aiuto». [18]

La Croce rossa austriaca, da parte sua, non ottenendo i visti di entrata, verificava l’impossibilità di procedere con interventi umanitari fra le popolazioni colpite: il governo di Mosca, infatti, si ostinava nell’affermare l’inesistenza della Grande fame e faceva pressione sui contadini affinché rifiutassero gli aiuti. Risulta che convogli di beni alimentari furono bloccati al confine dell’Ucraina perché non erano stati autorizzati a entrare in territorio sovietico, e che perfino la Croce rossa sovietica giudicò inutili questi aiuti.

Non fu solo il metropolita Szeptyckyj a incolpare i bolscevichi. Tra le voci di protesta che si levarono in quel tempo, c’è un appello di esponenti dei partiti socialisti ucraini indirizzato a tutte le organizzazioni sorelle del mondo, in cui condannano la politica economica sovietica: «Noi dichiariamo che l’unica ed evidente causa della carestia in Ucraina sovietica è lo sfruttamento economico senza scrupoli perpetrato nei confronti del popolo ucraino da parte della dittatura bolscevica, che considera l’Ucraina una sua colonia ...Le autorità comuniste vogliono nascondere agli occhi del mondo l’esistenza della carestia in Ucraina per continuare il loro sfruttamento del paese, che è stato lasciato morire di fame e distrutto dagli esperimenti di collettivizzazione». [19]

Nell’autunno del 1933, raggiunto lo scopo, Stalin chiuse la campagna di annientamento del popolo ucraino. Come ha scritto la storica Giovanna Brogi, l’Holodomor ha distrutto due generazioni di ucraini. [20] Sono stati distrutti l’economia agricola e il tessuto sociale contadino, gravissimi danni sono stati inflitti allo sviluppo linguistico; centinaia di intellettuali, scrittori, artisti, registi e uomini di cultura, che avrebbero potuto dare un contributo fondamentale allo sviluppo intellettuale e civile dell’Ucraina, vennero fucilati o deportali nei gulag, impedendo così uno sviluppo organico della cultura nazionale quale si presentava alla fine degli anni Venti del Novecento.

Il dittatore Stalin credeva che il mondo rimanesse in silenzio davanti a questa strage, ma il grido degli innocenti soppressi dalla fame squarciò il silenzio delle tombe nell’attesa di una giusta risposta. Stalin riuscì a far tacere milioni di vivi, ma non riuscì a far tacere i morti.

Resistere alla propaganda

In mezzo a montagne di cadaveri, in un paesaggio un tempo fiorente, il recupero e la ricostruzione per un ritorno a una parvenza di normalità furono faticosi e dolorosissimi. Stalin intanto continuava a perseverare nell’opera di propaganda per consolidare ulteriormente il potere e plasmare il nuovo homo sovieticus. Nell’URSS, parallelamente al perseguimento di questo piano di sviluppo socio-economico in cui lo stato era l’unico detentore della ricchezza, veniva imposto anche un nuovo modello di uomo, che doveva essere sordo ai principi morali che il cristianesimo portava nel mondo, in nome di un ateismo e materialismo radicali. Ciò implicava il contrasto contro ogni forma di religione, anche attraverso l’eliminazione della Chiesa e del clero. Contro l’ideologia di morte il metropolita fece sentire le parole di vita del Vangelo.

Nella lettera pastorale del 1936 e in quella del 1938 invitava gli ucraini a smentire le dichiarazioni che le martellanti parole d’ordine che il regime diffondeva. Il dramma, di cui l’Ucraina viveva le tragiche conseguenze, era documentato da centinaia di viaggiatori ed era arrivato sulle pagine della stampa europea ed americana: il volerlo negare si scontrava con la realtà. Era d’altra parte evidente che i resoconti dei galiziani che attraversavano l’Ucraina e ne descrivevano le felici condizioni non erano attendibili.

La propaganda, grazie a una rete di agenti che operavano anche fuori dai confini russi, si serviva di volantini, lettere, bollettini, libri; censurava le lettere in uscita dall’Ucraina per fare spazio alla parola del dominatore, che s’insinuava nelle pubblicazioni popolari. [21] Per questo il metropolita metteva in guardia i suoi fedeli dalla lettura di tali libri «ripugnanti e abominevoli», che potevano confondere e contaminare la gente semplice, non dotata di spirito critico, e raccomandava ai genitori di controllare che i loro figli non li leggessero.

Il metropolita era convinto che in quel frangente non ci potessero essere incertezze e distinguo tra una visione dell’uomo e del mondo che si rifaceva al Cristo, e una visione dell’uomo e del mondo che si alimentava di un’ideologia atea, che era contro l’uomo. E agli ucraini che volevano rimanere fedeli alla Chiesa e alla loro nazione raccomandava due rimedi: usare l’intelligenza per vedere la realtà, affidarsi alla fede per resistere nella prova.

Per contrastare il disorientamento che la propaganda poteva provocare all’interno della comunità cristiana, là dove si sosteneva che il comunismo era praticabile anche dai cristiani, lui affermava, senza tentennamenti, la completa incompatibilità delle due posizioni. E richiamava a un atteggiamento di «prudente sospetto» a quanti elogiavano il bolscevismo, perché imparassero a distinguere tra parole e verità: «Che questa sia una regola: chiunque ammette di essere un comunista e difende il comunismo non è cristiano, ma finge di esserlo. Un comunista e un cristiano sono come il fuoco e l’acqua, non possono stare insieme nello stesso luogo». [22]

E mentre dichiarava tale incompatibilità in modo così esplicito e radicale, in un momento storico nel quale due visioni del mondo contrapposte non potevano dialogare, nella prassi della pastorale concreta, fra la gente semplice e non acculturata, che nella Chiesa vedeva la propria guida, il metropolita dava istruzioni ai sacerdoti perché non amministrassero i sacramenti ai comunisti né li assolvessero in assenza di una pubblica rinuncia al bolscevismo.

Il metropolita Szeptyckyj imputò, senza mezzi termini, ai bolscevichi la responsabilità della Grande fame e dei più di tre milioni di morti dell’Ucraina sovietica [23] e ribadì che collaborare con i comunisti significava sostenere un sistema economico sfruttatore e oppressivo, cioè tradire i poveri prospettando loro un paradiso falso e irrealizzabile: «Chiunque aiuta i comunisti a organizzare il Fronte popolare tradisce la causa dei poveri, dei sofferenti e degli oppressi». E nella lettera pastorale del 1936 scrisse che la questione sociale manovrata dai comunisti era diventata una grande minaccia per la Chiesa e per l’umanità: il comunismo usava e abusava di ogni mezzo per diffondere la propria ideologia, distruggendo nazioni e stati e avviando una rivoluzione mondiale. [24]

Per il metropolita Szeptyckyj un’intesa con il regime comunista risultava impraticabile sotto tutti i punti di vista. Oltre che a voler distruggere la Chiesa ed estirpare la fede, perseguiva un progetto diabolico: «Distruggere il popolo ucraino e cancellarlo completamente dalla faccia della terra» soffocandone l’indipendenza di cui andava fiero, la sua identità che gelosamente voleva custodire, i suoi sentimenti religiosi, profondamente radicati, e l’obbedienza ai suoi pastori. [25] E come aveva fatto con l’Ucraina, così il regime di Stalin faceva con le nazioni gravitanti nell’orbita sovietica, alle quali imponeva un totale asservimento.

I comunisti – sosteneva il metropolita – avevano appoggiato la creazione di regimi solo a parole democratici, ma in realtà, così agendo, erano riusciti a imporre una dittatura, in cui una piccola minoranza teneva la maggioranza in dura schiavitù. Gli effetti della Rivoluzione avevano smascherato le loro menzogne: quando i dirigenti parlavano di «libertà» si doveva intendere schiavitù; il loro apparato poliziesco, la loro propaganda sofisticata e pervasiva, il clima di terrore che ingeneravano erano tali da creare un sistema in cui a nessuno era concesso di parlare e di dire la propria opinione. Perché questo era l’obiettivo del regime: schiavizzare i popoli, incatenarli, metterli sotto il giogo. La collettivizzazione imposta in Ucraina fu dunque un’imposizione brutale contro il popolo.

Il metropolita si attendeva che nell’Ucraina occidentale i partiti della sinistra mostrassero maggior prudenza prima di lasciarsi abbracciare dai bolscevichi, convinto com’era che i socialdemocratici e i socialisti radicali coltivassero le idee che circolavano in Europa prima della guerra: allora – annotava – sentimenti democratici veri avevano spinto i socialisti a dissentire dai comunisti russi sullo scopo della rivoluzione: essa era pur sempre un ideale, un traguardo da raggiungere con mezzi pacifici e legali, mai con la sopraffazione e la violenza. Il metropolita sperava che mai i socialisti «avrebbero stretto le mani di quanti si erano macchiati del sangue ancora caldo di milioni di nostri connazionali nell’Ucraina orientale», [26] mai si sarebbero alleati con il comunismo bolscevico, mai avrebbero subordinato gli interessi nazionali a una logica di violenza e di potere. Contava quindi sul loro appoggio, perché credeva che fossero ancora legati al popolo, il quale, da sempre orgoglioso della propria identità, maturata nel corso di una storia plurisecolare, non avrebbe accettato di essere fagocitato dall’orso siberiano e dai suoi sgherri.

Così non avvenne, perché, chiusisi tutti gli spazi di manovra, anche questi partiti, infiltrati e corrotti, strozzati da una campagna di propaganda efficiente e insidiosa che negava totalmente quanto stava succedendo e nel contempo celebrava il benessere e il progresso che il nuovo sistema garantiva, non furono in grado, quand’anche l’avessero voluto, di opporre una qualche resistenza. Prevalsero i bolscevichi, che attraverso l’intolleranza, l’aggressione, il terrore spazzarono via ogni forma di dibattito e di pluralismo.

Il metropolita Andrej Szeptyckyj esorterà ripetutamente fino alla morte la gente dell’Ucraina occidentale a non dimenticare la Grande fame, perché solo la memoria può guarire le ferite: «Quando incontri una persona, guarda prima di tutto le sue mani, per vedere se non siano macchiate del sangue dei poveri, del sangue dei padri della patria, corrotti dai soldi della sanguinaria Mosca». [27]

Se la gente avesse saputo quello che il bolscevismo e il comunismo avevano fatto nell’Ucraina orientale, non sarebbe mai più stato facile ingannarla.

Questo messaggio il metropolita lo gridò fino all’ultimo per smascherare il piano mortale di Stalin e l’opportunismo delle potenze occidentali, che non volevano vedere e denunciare al mondo quello che era sotto i loro occhi per non entrare in conflitto con il gigante bolscevico. Lui questa denuncia, coraggiosamente, la volle gridare al mondo.

Il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sviatoslav Shevchuk, nell’appello pronunciato per l’80° anniversario dell’Holodomor, ha detto: «La voce di milioni di morti per fame si appella alla coscienza dei contemporanei». Oggi questa Chiesa, che condivide la sofferenza dei sui figli ancora in guerra e sparsi nel mondo, si appella alla coscienza dei contemporanei e chiede a tutta l’umanità e alle future generazioni di non permettere che una cosa simile accada ad altri sotto qualsiasi latitudine.

Augustyn Babiak

[1] C. KOROLEVSKIJ, Metropolita André Szeptyckyj (1865-1944), Roma 1964; A. KRAWCZUK, Christian Social Ethics in Ucraine. The Legacy of Andrei Sheptytsky, Edmonton - Ottawa -Toronto 1997, 95-109.

[2] A. SZEPTYCKYJ, lettera pastorale Pericolo al clero e ai fedeli, 1936, in Pastyrski Poslannia (1918-1939). Dokumenty i Materialy, tom II, Lviv 2009, 312-327. In questa lettera, come nelle precedenti, a partire da quella del 1904 su La questione sociale, il metropolita solleva il tema della giustizia ed esplicita la sua posizione: come sono da rigettare dalle fondamenta l’ideologia e la prassi che sostengono il regime bolscevico, con altrettanta fermezza è da criticare il capitalismo: «Tutti riconoscono che il capitalismo ha i suoi lati negativi ed è causa di molte ingiustizie e danni verso i poveri e gli oppressi». Egli credeva che i valori cristiani di giustizia e di solidarietà verso il prossimo potessero contrastare le nocività del sistema capitalistico, che giudicava perverso.

[3] PIO XI, lett. enc. Quadragesimo anno, 15.5.1933. Questa lettera enciclica, fortemente ispirata dalla situazione econo¬mica mondiale successiva alla caduta della borsa del 1929, fu promulgata per ribadire la validità della dottrina sociale della Chiesa cattolica secondo le linee della Rerum novarum (1891).

[4] EPISCOPATO GRECO-CATTOLICO, Appello pubblicato su Meta, Lviv, 7(1933) 30, e su Nyva, Lviv, 8(1933) 28.

[5] CDIAL, fonte 201, fasc, 1t, vol. 215, ff. 53, pubblicato in METROPOLITA ANDREJ SZEPTYCKYJ, Zytija i dijalnist’ Dokumenty i Materialy 1899-1944. Tserkva i suspilne pytannia, t. II, Lviv 1999, 845.

[6] CDIAL, fonte 358, fasc. 3, vol. 135, f. 1. Mons. Pietro Verhun, visitatore apostolico per gli Ucraini in Germania, partecipò attivamente a varie riunioni del Comitato umanitario per gli aiuti agli affamati delle regioni toccate dalla tragedia e l’11 settembre 1933, a Berlino, presiedette un’assemblea di preghie¬re. Nel 2001 fu beatificato da papa Giovanni Paolo II a Lviv.

[7] CDIAL, fonte 201, fasc, 1t, vol. 215, ff. 14.

[8] CDIAL, fonte 201, fasc. 1t, vol. 215, ff. 11-12, pubblica¬to in SZEPTYCKYJ, Zytija i dijalnist’ Dokumenty, 837-838.

[9] A. SZEPTYCKYJ, lettera pastorale Pericolo al clero e ai fedeli, 1936, in Opera, Romae, vol. LVI-LVIII, 276-285.

[10] CDIAL, fonte 201, fasc, 1t, vol. 215, ff. 14 pubblicato in A. SZEPTYCKYJ, Zytija i dijalnist’ Dokumenty i Materialy, 841-842.

[11] Archivio storico polacco a Varsavia, Documents on Ukraine and the Great Famine of 1932-1933, IPN, Warsawa-Kiev 2009, 396, 428, 430-432, 438-439, 441-467, 649.

[12] CDIAL, fonte 201, fasc, 1t, vol. 215, ff. 14 pubblicato in A. SZEPTYCKYJ, Zytija i dijalnist’ Dokumenty, t. II, 842.

[13] CDIAL, fonte 201, fasc. 1, vol. 5877, ff. 16, pubblicato in A. SZEPTYCKYJ, Zytija i dìjalnist’ Dokumenty i Materialy, 846.

[14] A. D. McVay, L. Y. LUCIUK, The Holy See and the Holodomor: documents from the Vatican Secret Archives on the Great Famine of 1932-1933 in Soviet Ukraine, Toronto 2011.

[15] EPISCOPATO GRECO-CATTOLICO UCRAINO, lett. past. Protesta (Protystujuchy), in Meta, Lviv, n. 43 (29.10.1933).

[16] CDIAL, fonte 201, fasc. 1t, vol. 110, ff. 87, pubblicato in A. SZEPTYCKVJ, Zytija i dijalnis' Dokumenty i Materialy 1899- 1944, t. II, 849-850.

[17] CDIAL, fonte 358, fasc. 1, vol. 45, ff. 9-10, Protocollo mons. Nykyta Budka a Metropolita Andrea Szeptyckvj.

[18] II testo integrale del documento si trova in FEDERATION EUROPÉENNE DES UKRAINIENS A L’ÉTRANGER, La famine en Ukraine, Bruxelles 1933.

[19] Giornale Tryzub 9, n. 30-31, 27.7.1933.

[20] Cf. N. WERTH, Etre comuniste en URSS sous Stalin, Paris 1981; R. CONQUEST, The Harvest of Sorrow. Soviet Collectivization and the Terror Famine, University of Alberta Press 1986.

[21] A. SZEPTYCKYJ, lett. past. Appello alla penitenza al clero e ai fedeli, 1938, in Pastyrski Poslannia (1918-1939). Dokumenty i materialy, tom II, 413.

[22] Ivi, 315.

[23] A. SZEPTYCKYJ, lettera pastorale Pericolo al clero e ai fedeli, 1936, in Opera, Romae, vol. LVI-LVIII, 279-289.

[24] Cf. ivi, 275-278.

[25] SZEPTYCKYJ, lettera pastorale Pericolo al clero e ai fedeli, 1936, in Opera, Romae, vol. LVI-LVIII, 287.

[26] Ivi, 269-277.

[27] Ivi, 278.

Il Regno – Documenti, 7/2018, pag. 259.

 
 

Sviate Pysmo

Katehysm-ugcc

Приєднуйтесь до нас в

 

yt

kalendar

Radist Evangelia