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synod khva 74 sesiiaSinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina. «L’amore è anche l’anima di quel nobile sentimento che noi chiamiamo patriottismo. Un vero cristiano è chiamato a essere patriota: amare la patria, il proprio popolo, la sua lingua e cultura con lo stesso amore sacrificale con il quale si osserva il comandamento di Dio di amare il padre e la madre». Quest’anno anche l’Ucraina, come la Polonia, celebra i 100 anni del ripristino dell’indipendenza, da quando cioè nel 1918 affermò la propria sovranità subito dopo la Rivoluzione d’ottobre, per poi essere dopo pochi anni riassorbita, nel 1922, come uno degli stati costitutivi dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS); non avrebbe riacquistato la sua indipendenza fino al 1991.

In questo centenario, e ancora nel mezzo di una guerra con la Russia che ne minaccia l’integrità territoriale, il Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina ha pubblicato il 7 marzo un Messaggio in occasione del centenario del ripristino della sovranità ucraina, che elabora il concetto dell’amor di patria distinguendolo dal nazionalismo, e al tempo stesso fa appello all’unità di tutti gli ucraini: «Ricordando la centenaria esperienza del passato, preziosa e per lo più amara, oggi... ci appelliamo anche a ogni ucraino e a ogni ucraina, ovunque essi siano, con la richiesta di apprezzare la collegialità dello stato ucraino, di curare l’unità e la solidarietà tra di noi, di non andare al guinzaglio dei falsi patrioti che seminano la diffidenza, il disaccordo, la discordia e le divisioni della nostra nazione».

 

Eminenti e reverendi padri! Venerabili frattelli e sorelle nel monachesimo! Cari fratelli e sorelle in Cristo!

Cento anni fa, in conformità con la IV Dichiarazione universale del Consiglio centrale della Repubblica popolare dell’Ucraina, il 22 gennaio 1918 a Kiev avvenne l’atto di ripristino della sovranità ucraina. Il 19 ottobre dello stesso anno con la «Proclamazione del Consiglio centrale ucraino» è stata annunciata l’indipendenza delle terre ucraine che prima della fine della prima guerra mondiale facevano parte dell’Impero austro-ungarico, e da quel momento entrarono nella nostra storia con il nome di Repubblica popolare dell’Ucraina occidentale. Un solo anno manca alla celebrazione della dichiarazione dell’unione di queste due repubbliche ucraine in un unico stato. Insieme all’Ucraina carpatica, proclamata nel 1938, la Repubblica nazionale ucraina (UNR) e la Repubblica dell’Ucraina occidentale nazionale (ZUNR) formarono la base su cui il nostro stato, di nuovo indipendente, è risorto nel 1991.

In questa occasione noi, vescovi della Chiesa ucraina greco-cattolica, vi invitiamo a unirvi alle nostre preghiere di ringraziamento al Signore grazie al quale è stata restaurata e salvata la sovranità della nostra nazione nonostante i numerosi tentativi del mondo di cancellarla e metterla in dubbio, con il desiderio di condannare il nostro stato indipendente all’oblio e all’inesistenza. Ricordiamo in preghiera tutti quegli uomini e donne – difficili da contare – che con il proprio duro lavoro e la lotta hanno contribuito al fatto che oggi possiamo vantare la nostra libertà nazionale. Innalziamo le nostre preghiere speciali per le anime di coloro che nella lotta di liberazione hanno dato la propria vita per l’amore della patria e dei loro cari, affermando il diritto di poter vivere nella «Casa natale» libera. Possa il loro ricordo rimanere per sempre nella memoria del nostro popolo!

La Chiesa di Cristo nell’esistenza del popolo ucraino si è manifestata come l’elemento base per la costruzione della nazione. Il cristianesimo ha dato l’importante impulso allo sviluppo della nostra cultura, ha formato la nostra identità cui segni ritroviamo ogni giorno nella nostra storia. Nei tempi in cui il nostro popolo non aveva altre strutture sociali, la Chiesa ucraina ha costituito il principale ambiente e il centro per la vita comunitaria nella patria e in diaspora. Dopo aver passato, insieme al popolo ucraino, diverse, numerose prove, la nostra Chiesa ha acquisito un’eccezionale esperienza dando la voce a una nazione senza stato di fronte ai potenti di questo mondo.

Il capo della nostra Chiesa, metropolita Szeptyckyj, godeva di un titolo informale di etnarca, mentre il patriarca Josyph Slipyj è stato accolto come un vero rappresentante ufficiale del popolo ucraino, al quale era tolto il diritto di «essere se stesso». Questi due grandi uomini della Chiesa, nelle difficili circostanze storiche del secolo scorso, hanno fatto il possibile per coltivare nel popolo ucraino l’atteggiamento cristiano verso la costruzione dello stato indipendente. Oggi, di fronte a nuove sfide di aggressione esterna e di riforme interne, vorremmo condividere con voi alcuni pensieri su questo importante elemento spirituale della formazione nazionale. I nostri pensieri sono pastorali e scaturiscono dal Vangelo, dalla dottrina della Chiesa e dall’esperienza dei nostri grandi predecessori.

«Chiamati a libertà» (Gal 5,13)

La lunga lotta per la liberazione della nostra nazione è stata sempre accompagnata da un grande desiderio di sollevarsi da ogni sorta di dominazione straniera e di conquistare il diritto di poter decidere liberamente il destino del proprio paese, del proprio popolo e famiglia e in questo modo realizzare nella propria vita il dono della libertà che l’essere umano e le nazioni ricevono dal loro Creatore. Come vediamo, il concetto di libertà contiene in se due elementi: la libertà dall’oppressione, dalla schiavitù, dalla vessazione, dallo sfruttamento e dalla privazione dei diritti, ma anche la libertà di autodeterminazione, di libera scelta del proprio percorso di crescita, di realizzazione non ostacolata dei doni e dei talenti dei singoli e di tutta la società.

Tuttavia la libertà in nessun modo dovrebbe essere confusa con l’arbitrarietà o l’illegalità. La libertà autentica implica la responsabilità, prima di tutto nei confronti di Dio, e quindi nei confronti delle proprie coscienze c della nazione da cui nasciamo e a cui abbiamo il privilegio di appartenere. Noi credenti comprendiamo c crediamo che l’autentica libertà scaturisce dalla volontà di Dio c viene costruita sull’osservanza della Legge divina. Sua beatitudine Lubomyr (Husar) ha giustamente osservato, a suo tempo: «Il Signore ci ha creati liberi. Nessuno onora la nostra libertà come lo fa Dio. Tuttavia non abbiamo il coraggio di essere liberi. Perché essere liberi significa essere responsabili». Ecco perché la libertà dovrebbe essere imparata, dovrebbe essere ogni giorno consolidata per non cadere nella schiavitù del peccato e delle passioni che abbagliano, limitano, rendono schiavo l’uomo e i popoli. La libertà autentica garantisce la vittoria e l’invincibilità della persona e del popolo di fronte alle tirannie e delle schiavitù. Anche di questo ha parlato sua beatitudine Lubomyr: «Il potere teme la libertà del cuore molto di più della ribellione degli affamati. Perché l’affamato può essere comprato, mentre una persona libera può essere solo uccisa».

Il XX secolo, con le sue due guerre mondiali passate sulla nostra terra come un uragano mortale, e con le due tirannie – nazista e comunista – che hanno portato via milioni di vite dei nostri connazionali, nello stesso tempo è diventato anche un secolo di eroismo mai visto, e di testimonianza di fede e di amore per la propria terra da parte dei migliori figli e figlie del nostro popolo, che hanno sacrificato perfino le proprie vite: non come conquistatori ma come difensori, non come occupanti ma come protettori della terra patria, dei diritti e delle libertà del proprio popolo.

Allo stesso modo, oggi il nostro popolo con grandi sacrifici difende la propria libertà e dignità. Tuttavia dobbiamo ricordare che il primo campo di battaglia dove difendere e affermare la vera libertà è lo spazio dello spirito umano, aperto con fiducia alla verità divina e pronto a obbedire alla volontà salvifica di Dio. Per un credente, la strada verso la vera libertà è la via dei comandamenti di Dio. Pertanto esclamiamo con il salmista: «Fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo» (Sai 40,9). Nella quotidianità, la disponibilità a fare la volontà di Dio e a osservare la sua legge nella vita personale, familiare e professionale rappresenta la chiave per la vittoria nella competizione attuale e la speranza di lunga prosperità del nostro stato.

«Perfetti nell'unità» (Gv 17,23)

In tutta la storia della formazione dello stato, il nostro popolo ha subito non solo le conseguenze disastrose della mancata libertà e della perdita dell’indipendenza, ma anche il dramma delle divisioni interne. Queste disgrazie spesso sono state causate da circostanze esterne, indipendenti da noi, quando i poteri del mondo decidevano il nostro destino senza interpellarci, alle nostre spalle, con violenza dividendo la nostra terra tra loro.

Nel corso degli ultimi 150 anni abbiamo sperimentato numerose massicce ondate migratorie della nostra gente dispersa in tutto il mondo nella fuga dalla situazione politica ed economica difficile e minacciosa che si era creata nelle loro terre d’origine. Così si formarono insediamenti ucraini in diverse parti del mondo: Canada, Stati Uniti, Australia, Europa occidentale e orientale e America Latina. Oggi molti nostri compaesani vivono anche in Asia e in Africa. Forse proprio l’esperienza della dispersione ucraina ha dato vita a un noto proverbio: «Il mondo intero è pieno dei nostri fiori».

Nonostante il fatto che spesso questi flussi migratori abbiano portato, per il popolo ucraino, delle sfide estremamente grandi, difficoltà e talvolta anche tragedie, non dovremmo comunque trascurarne anche alcuni aspetti positivi: la gente che risiedeva in un paese straniero, con particolare profondità sentiva la nostalgia per la patria, che si trasformava nella cura e la conservazione delle tradizioni spirituali, nazionali e culturali, nello sviluppo della propria Chiesa e nella coltivazione della propria lingua, nella costruzione di chiese e nella creazione di organizzazioni ucraine; nell’annuncio – a tutto il mondo libero – della verità sulla oppressione e la persecuzione in patria e dei costanti sforzi per il ripristino della sovranità ucraina. Non è un caso che tra i primi stati ad aver riconosciuto e sostenuto l’indipendenza ucraina in tempi moderni vi siano quelli dove il peso della comunità e della Chiesa ucraina era ed c molto significativo anche oggi.

Tuttavia il nostro popolo ha subito molte tragiche conseguenze, comprese le divisioni da noi stessi causate in seguito ai conflitti interni, al confronto a vari livelli, alle azioni ingiuste, all’incitamento di alcuni gruppi contro gli altri, con la promozione dei propri interessi (spesso di parte) piuttosto che delle esigenze nazionali. Già il metropolita Szeptyckyj affermava, con il dolore nel cuore: «Purtroppo, osservando anche superficialmente la nostra vita nazionale, si arriva alla conclusione che vi c nell’anima ucraina una profonda e forte volontà di avere uno stato proprio, ma nonostante tale volontà esiste un’altra volontà, forse, equivalente e sempre profonda, di avere uno stato che sia esattamente così come lo vuole un partito o una cricca, o un gruppo, o anche un singolo. Altrimenti, come possiamo spiegare quella fatale divisione tra loro, le contese, le liti, quella partigianeria che distrugge ogni causa nazionale? Come spiegare la psiche di così tanti ferventi patrioti, il cui lavoro si distingue per il suo notevole carattere distruttivo?». [1] Purtroppo queste parole del metropolita Andrej, pronunciate nel lontano 1941, non hanno perso la loro rilevanza, perché guardando al presente si nota a occhio nudo il carattere «distruttivo» dell’attività di molti uomini e forze politiche.

Le lezioni del passato ci hanno insegnato ad apprezzare e a preservare l’unità del popolo, a non speculare sulle espressioni naturali di diversità regionale, culturale, confessionale o etnica, che di fatto ci arricchisce e non minaccia la formazione dello stato. I nemici della sovranità ucraina cercano di dividere la nazione, mettendo alcuni gruppi contro gli altri, mentre i politici responsabili e i veri patrioti dovrebbero compiere ogni sforzo per assicurare la coesione e la solidarietà reciproca ed efficace tra tutti i componenti della società ucraina. Tale competizione per l’unità nasce non solo dagli interessi nazionali del nostro popolo. Essa è iscritta nella natura stessa dell’umanità, in cui vive il desiderio di integrità e di unità. Il nostro ideale nazionale di sempre, un paese unito e unitario, si legge nei semplici slogan ripetuti perfino dai bambini: «L’Ucraina è unita»! «L’Oriente e l’Occidente sono insieme».

Ricordando la centenaria esperienza del passato, preziosa e per lo più amara, oggi ci rivolgiamo non solo ai nostri politici e ai personaggi pubblici, ma ci appelliamo anche a ogni ucraino e a ogni ucraina, ovunque essi siano, con la richiesta di apprezzare la collegialità dello stato ucraino, di curare l’unità e la solidarietà tra di noi, di non andare al guinzaglio dei falsi patrioti che seminano la diffidenza, il disaccordo, la discordia e le divisioni della nostra nazione. Questo loro «impegno» porterà inevitabilmente a un indebolimento delle forze nazionali e, conseguentemente, alla perdita della sovranità ucraina conquistata e oggi difesa con un grande sacrificio. Noi, i pastori del popolo, rivolgiamo al Signore la nostra preghiera, la supplica più antica: «La forza di un popolo è nell’unità. Dio, donaci l’unità!».

«Radicati e fondati nella carità» (Ef 3,1 7)

«Tutto si faccia tra voi nella carità», invoca san Paolo (1 Cor 16,14). In effetti l’amore permea tutte le azioni di un vero cristiano. Dall’amore, come fonte primaria, sgorgano intenzioni umane e nobili del popolo, dall’amore prendiamo la forza di superare gli ostacoli e le contraddizioni, l’amore è la forza motrice interna che ci rende capaci di sopportare il quotidiano e impegnativo lavoro con sacrificio.

L’amore è anche l’anima di quel nobile sentimento che noi chiamiamo patriottismo. Un vero cristiano è chiamato a essere patriota: amare la patria, il proprio popolo, la sua lingua e cultura con lo stesso amore sacrificale con il quale si osserva il comandamento di Dio di amare il padre e la madre. Alla luce del Nuovo Testamento possiamo affermare anche il fatto che l’amore della patria fa parte della natura umana e deriva dal comandamento dell’amore verso il prossimo, perciò «siamo obbligati per legge di natura ad amare c difendere particolarmente quella città nella quale siamo nati e cresciuti in questa luce». [2]

La vera ricchezza e l’orgoglio di ogni nazione sono rappresentati dai suoi figli e figlie che manifestano il rispetto e l’amore per la terra dei loro antenati e che non solo difendono i suoi confini da attacchi indesiderati degli insaziabili «liberatori», ma mantengono anche i valori che da secoli rappresentano ed esprimono l’unico codice spirituale del popolo: la sua fede c lingua, la sua libertà, lo spirito e l’autostima, il suo desiderio di verità e di giustizia nelle relazioni interpersonali e sociali. Queste persone rivelano il loro amore non con le parole vuote, ma con le loro buone azioni, quindi sono portatori c modelli dell’autentico patriottismo. Infatti l’amore della patria, secondo le parole del metropolita Andrej Szeptyckyj, è «nei fatti, non nelle parole. Chi nel proprio lavoro compie il dovere con coscienza, lavorando per il bene del popolo, è il miglior patriota, e non quello che parla molto, ma fa poco». [3]

Siamo orgogliosi e grati a Dio per i tanti segni con i quali i nostri compatrioti manifestano il loro amore per la loro terra natale, per il loro coinvolgimento, per la compassione e la solidarietà, per la saggezza nelle circostanze di questa insidiosa guerra ibrida. Si tratta di quelli che hanno difeso la dignità e la libertà in Piazza Maidan; quelli che sono andati al fronte e hanno sacrificato la loro salute e la loro vita e hanno difeso o difendono ancora l’integrità territoriale del paese e, con essa, lo spazio della libertà e dello spirito; quelli che salvano i rifugiati e sostengono gli sfollati; che condividono i propri modesti averi e risparmi con chi ne ha bisogno; infine, tutti coloro che con l’onestà e responsabilità eseguono i loro doveri professionali e civili: tutti costoro sono la viva incarnazione del comandamento più grande che Cristo il Signore ci ha lasciato come guida e testamento: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,12-13).

L’amore umano ha la capacità di diffondersi. A partire dalla casa e dalla famiglia, copre la piccola patria, poi tutta la terra natia c successivamente tutte le persone c tutti i popoli. È in questa chiave universale e inclusiva che si riconosce l’autentico amore cristiano. Se nel cuore umano regna il vero amore, in questo cuore nessuno si sente stretto: né le persone vicine né quelle lontane, affettuose o aggressive che siano: la persona con un cuore così cerca di abbracciarci con la sua gentilezza, augura a tutti la pienezza della vita, è pronta a manifestare a tutti la sua compassione e misericordia.

Noi ucraini sentiamo – soprattutto negli ultimi anni – l’impegno e la solidarietà di molti paesi, di milioni di persone di buona volontà in tutto il mondo, di diverse nazionalità c credo religioso. Sono solidali con noi nelle nostre sfide, ci sostengono nelle nostre necessità, ci difendono dall’odio dell’aggressore e manifestano la disponibilità a starci accanto anche in futuro. Tale solidarietà è un grande dono, ma anche un dovere. Esso ci incoraggia ad aprire il nostro cuore alle esigenze di quei popoli che oggi soffrono l’ingiustizia, l’aggressione, molte prove e sofferenze.

«Vegliate e pregate!» (Mt 26,41)

Meditando sulla virtù dell’amore autentico per la propria terra, non possiamo tralasciare alcune interpretazioni errate di patriottismo che compromettono questo nobile sentimento e possono diventare causa di disonore per il popolo o anche una vera e propria minaccia per il nostro stato, ancora giovane.

Siamo convinti che non è un vero patriota quello che non segue la verità nei rapporti con il proprio popolo e gli offre gli slogan pretenziosi e promesse ingannevoli. Soprattutto vorremmo mettere in guardia davanti al populismo politico a buon mercato, il cui obiettivo non è tanto il bene del popolo, quanto il proprio beneficio e la vittoria nelle ennesime elezioni. È giusto ricordare le parole di Ivan Franko, che ci metteva in guardia da questo falso patriottismo manifestato solo con «l’abito da festa», per il quale «il lavoro impegnativo e il fervore inarrestabile» sono estranei e odiosi.

Nulla a che vedere con il vero patriottismo ha anche l’ideologia che pone la nazione «sopra lutto», compreso Dio stesso. Questa percezione del popolo e dello stato, secondo il metropolita Andrej Szeptyckyj, non si basa sull’amore, ma piuttosto rappresenta l’egoismo o perfino l’idolatria. [4] Noi, come discepoli di Cristo, non possiamo approvare o accettare forme di nazionalismo estremo o integrale, di razzismo e sciovinismo che assoggettano tutto, in particolare la Chiesa e lo stesso stato, all’idea della nazione; che negano la libertà e i diritti dell’individuo e – la cosa più importante – la sua dignità personale che viene da Dio; che disprezzano i rappresentanti di altre nazionalità, razze o religioni; che promuovono l’odio e l’ostilità e invogliano alla sopraffazione cieca e violenta per raggiungere i propri obiettivi politici.

San Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai suoi connazionali nel 1978, ha sottolineato: «L’amore della patria ci unisce e deve unirci al di sopra di ogni divergenza. Esso non ha niente in comune con un ristretto nazionalismo o sciovinismo, ma scaturisce dalla legge del cuore umano. E misura della nobiltà dell’uomo». [5] In uno spirito simile si è espresso il nostro patriarca Josyf, che ha messo la sua vita sull’altare del servizio al proprio popolo: «Che il nostro patriottismo sia un amore per il nostro popolo pronto a qualsiasi sacrificio, ma che non sia erroneamente inteso come un nazionalismo fonda sull’odio l’amore per la sua patria». [6] Scritta nei tempi difficili della seconda occupazione sovietica, questa lettera di un confessore della fede non ha perso la sua intuizione pastorale, e ci riporta alla priorità dell’amore.

Nella preghiera nazionale per l’Ucraina cantiamo: «Nel puro amore della terra natia, tu, o Dio, nutrici». L’amore deve diventare una cartina di tornasole per tutti i nostri impulsi personali, e i piani e i progetti nazionali. La capacità di distinguere l’amore dai suoi falsi richiede una mente matura, un cuore puro e una coscienza profonda.

Il Signore Dio ci chiama oggi a vegliare sulla nostra coscienza, sul futuro del nostro popolo e sul suo stato. Chiediamoci: è il puro amore per il nostro popolo, il criterio dei nostri sentimenti, opinioni, giudizi c azioni? Ne siamo ispirati noi, costruttori responsabili del nostro paese? Ne sono ispirati i nostri leader politici e sociali? Una risposta sincera a queste domande ci aiuterà a ritrovare la strada per il successo del nostro popolo e per l’ulteriore sviluppo dello stato.

Infine invitiamo tutti a una preghiera zelante: di ringraziamento, per il dono della libertà e dello stato; di penitenza, per i peccati con i quali ciascuno di noi e tutto il popolo, nel corso della nostra storia, ha offeso Dio e infranto la sua santa legge; di supplica per la benedizione di Dio concessa al nostro popolo, per la saggezza dei suoi leader, per il coraggio e la cura dei suoi fedeli costruttori e, in particolare, per i suoi difensori che si sacrificano al fronte. La preghiera, in termini di fede, è il più grande atto d’amore per il prossimo e per il suo popolo, perché con essa esprimiamo la convinzione che «se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella» (Sal 127,1).

Quindi, tornando con i pensieri e le preghiere al secolo scorso, con fiducia nel suo cuore ci incamminiamo verso il giorno a venire, consegnando nelle mani del Signore – il Signore del cielo e della terra – le nostre speranze e aspettative. Non abbiamo paura del buio che potrebbe presentarsi ai nostri occhi, perché la luce della fede dissipa il crepuscolo dell’ansia e della paura e ci dà fiducia che «il Signore darà potenza al suo popolo, il Signore benedirà il suo popolo con la pace» (Sal 29,11).

Possa la misericordia eterna e la potente grazia dell’Onnipotente estendersi a tutto il nostro popolo, possa guarire le ferite fisiche e spirituali dei suoi figli e figlie, possa la sapienza di Dio portarci sulla strada della verità, e possa l’amore di Dio ispirare tutti a un vero lavoro quotidiano per continuare ad affermare l’unità dello stato ucraino, per la gloria di Dio e il bene temporale ed eterno del nostro popolo.

La benedizione del Signore sia su di voi!

A nome del Sinodo dei vescovi dell’arcivescovado maggiore di Kiev-Halyč,

+ SVIATOSLAY

Dato a Kiev, presso la cattedrale patriarcale della Risurrezione del Signore, il giorno di San Martiniano, 26 febbraio 2018.

[1] «L’ideale della nostra vita nazionale», in La Chiesa e la questione sociale. Insegnamenti e attività pastorali, vol. 1, 532 (edizione ucraina).

[2] Cf. LEONE XIII, lett. enc. Sapientiae christianae, 10.1.1890, nn. 5-6; EE 3/739.

[3] ID., Lavoro cristiano, agosto 1899.

[4] Cf. METROPOLITA ANDREJ SZEPTYCKYJ, decreto Sull’unità, 28.5 e 24.9.1943: «Il patriottismo pagano è l’amore della propria gente, ottenuta con l’odio di tutti gli altri. Mentre l’amore cristiano per la patria, abbracciando tutte le persone, unisce i cristiani con gli avversari e i nemici e assicura al patriottismo quella base che serve: e cioè insegna l’unità».

[5] GIOVANNI PAOLO II, Lettera ai connazionali polacchi, 23.10.1978.

[6] METROPOLITA JOSYF SLIPYJ, Lettera pastorale al clero e ai fedeli in memoria del metropolita Andrej Szeptyckyj, 23.11.1944.

In versione italiana a cura del Segretariato dell’arcivescovo di Kiev-Halyč.

Il Regno – Documenti, 7/2018, pag. 249.

 
 

Sviate Pysmo

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