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5082d1f papa1Sacerdote e Professore

Queste pagine sono un omaggio alla vita, al coraggio e all’esempio di una delle grandi figure del ventesimo secolo, Josyf Cardinale Slipyj, padre e capo della Chiesa Cattolica Ucraina, morto in esilio a Roma il 7 settembre 1984. Era un appassionato studioso. Un sacerdote e un vescovo che luminosamente guidava un gregge tormentato e disperso. È stato certamente il più grande ucraino del suo tempo. Confessore di Cristo, imprigionato, torturato, affamato, esposto al freddo polare, deriso, svilito, ingiuriato: tutto sopportò per l’unità del Corpo Mistico.

Era un vero principe della Chiesa e dette con la sua presenza più lustro al Sacro Collegio di quanto tale nomina potesse conferirne alla sua persona. Tuttavia, non è solo per il suo ingegno, per le sofferenze e per la gloria che noi semplici cristiani volgiamo gli occhi verso di lui, noi che alla luce della sua vita vorremmo perfezionarci. No, il suo esempio ci insegna qualcosa di più grande e, al tempo stesso, più semplice: imitare Gesù e diventare, così, simili a Lui.

[…]

Josyf Slipyj era nato il 17 febbraio del 1892 a Zazdrist, nell’Ucraina occidentale, da una famiglia profondamente cristiana. La sua educazione fu tale che sin dall'infanzia egli diede prova di un notevole amore per lo studio e per le cose di Dio. Era forte di costituzione, nobile e bello di aspetto. All’età di 19 anni ottenne il diploma di scuola secondaria a Ternopil e, vivendo nel seminario diocesano, iniziò gli studi di filosofia presso l’università di Lviv (Leopoli). Temeva che il desiderio di diventare professore di università potesse pregiudicare la sua vocazione sacerdotale. Ma il pio metropolita di Lviv, Andrej Sheptytskyj, seppe liberarlo dalle sue apprensioni mandandolo a continuare gli studi a Innsbruck. Nel settembre del 1914 le truppe zariste occuparono l’Ucraina Occidentale e arrestarono il metropolita Sheptytskyj perché aveva rammentato al suo gregge di rimanere fedele al Papa; rimase in prigione sino al marzo del 1917, quando il governo dello Zar fu rovesciato. Da sempre il regime zarista e la Chiesa Ortodossa Russa avevano calpestato i diritti dell’Ucraina e della sua Chiesa unita a Roma. Non avevano mai riconosciuta l’unione di Brest-Litovsk con la quale nel 1596 la Chiesa Cattolica Ucraina ristabilì la comunione con la Sede di Pietro. Il 30 settembre 1917 Josyf Slipyj fu ordinato sacerdote. Tornato ad Innsbruck nel 1918, si laureò e ottenne la qualifica di professore; poi si recò a Roma per ulteriori studi. Tornò in patria nel 1922 come professore di teologia dogmatica presso il Seminario di Lviv, e fondò la rivista teologica “Bohoslovia”. L’anno 1925 lo vide Rettore di quel Seminario e quattro anni dopo venne nominato Rettore dell’Accademia Teologica di Lviv, dove rimase fino al 1944. Fu un periodo che lo appagò come sacerdote e come studioso. Non durò a lungo.

 

Vescovo e Martire

Al di là della quiete dell’Accademia Teologica di Lviv, la nazione ucraina attraversava un periodo turbolento. Nella scia delle rivoluzioni del 1917, l’Ucraina aveva per breve tempo riacquistato la sua indipendenza (1918-1922). Tale situazione permise la rinascita della Chiesa Ucraina Ortodossa Autocefala che si separò dalla Chiesa Patriarcale Russa. Ma, all’inizio degli anni venti, i bolscevichi assunsero il controllo dell’est e del centro dell’Ucraina, mentre alla Polonia toccava l’occidente. Le potenze vincitrici abbandonarono la riemergente nazione al suo destino: divenne la Repubblica Sovietica Socialista Ucraina. Mentre là dove comandavano i bolscevichi la Chiesa Ortodossa Autocefala venne praticamente annientata, la Chiesa Cattolica Ucraina sopravvisse in Galizia sotto la giurisdizione del metropolita Sheptytskyj. Nel novembre del 1939 questi chiese a Papa Pio XII di nominare Josyf Slipyj suo coadiutore con diritto di successione. Il Papa aderì di buon grado alla promozione del “vostro amato discepolo che tante volte mi avete menzionato lodandolo”. Fu così che il 22 dicembre 1939, festa dell’Immacolata Concezione secondo il calendario Giuliano, Josyf Slipyj venne consacrato vescovo dall’anziano metropolita. Il nuovo arcivescovo-coadiutore scelse come suo motto le parole «Per aspera ad astra» (ai cieli attraverso le prove) che presto divenne un’amara realtà. Da poche settimane lo stato polacco non esisteva più e l’Ucraina occidentale era stata annessa all’URSS. Ebbe inizio così la persecuzione. Per fronteggiare il grave pericolo, il metropolita, nel settembre del 1939, convocò un sinodo creando tre nuovi esarcati e proponendo quattro nuovi esarchi. Uno di questi era Josyf Slipyj che fu nominato esarca dell’Ucraina Orientale.

 

500 mila deportati

La persecuzione sovietica contro la Chiesa Cattolica venne interrotta dall’invasione tedesca nel giugno del 1941. A quella data i comunisti avevano già deportato 250.000 persone dalla sola archieparchia di Lviv e, dall’intera Ucraina, almeno il doppio. Erano stati uccisi, imprigionati e deportati molti sacerdoti. I sovietici ritornarono nel luglio del 1944. Il metropolita Sheptytskyj morì il 1° novembre; ora il suo successore era alle soglie del martirio. Nel dicembre del 1944 il nuovo metropolita inviò una delegazione a Mosca per far accettare dal governo la posizione della Chiesa Cattolica Ucraina. I sovietici la riconobbero e chiesero a Slipyj di persuadere gli Ucraini insorti ad abbandonare la lotta per l’indipendenza. Egli non si ritenne in grado di farlo. Cominciò una terribile persecuzione.

 

Miracolosamente salvato

Già all’epoca della ritirata dei sovietici dinnanzi all’avanzata dei tedeschi, l’arcivescovo era stato miracolosamente salvato dalla fucilazione. Ora avrebbe avuto solo pochi mesi per esercitare il suo ministero. L’undici aprile del 1945 fu arrestato dalle autorità sovietiche insieme agli altri vescovi. La cattedrale di Lviv fu perquisita. Anche molti sacerdoti furono arrestati e costretti a sottomettersi all’ortodossia russa, pena la condanna quali agenti del “fascismo universale”. Dopo l’imprigionamento di tutta la gerarchia ucraina, il patriarca di Mosca Alessio indirizzò una lettera “pastorale” ai cattolici dicendo che i loro pastori li avevano abbandonati. Trecento coraggiosi sacerdoti protestarono presso il ministro Molotov chiedendo la liberazione dei loro vescovi. Richiesta vana! I comunisti tradussero il metropolita Slipyj da Lviv a Kyiv, isolandolo e sottoponendolo a lunghi interrogatori, per lo più a tarda notte, chiedendogli di separarsi da Roma e offrendogli la sede metropolitana di Kyiv nella Chiesa Russa. Come Gesù nel deserto, egli resistette e così fecero tutti gli altri vescovi. I sovietici condannarono Slipyj a otto anni di lavori forzati. Divennero stazioni della sua Via Crucis: Makfakovo, Viatka, Novosibirsk, Boimy, Petschora, Inta, Krasnojarsk, Kamtschatka, Jenisseisk, Potma, Vorkuta e Mordovia. A questo esilio infernale si aggiunse il dolore di sapere distrutta la sua Chiesa. Gli ortodossi si impadronirono con la forza di tutte le parrocchie; essere cattolico era considerato un crimine; tutte le diocesi, istituti religiosi e scuole furono soppressi; metà del clero venne imprigionato e un quinto esiliato.

 

Due encicliche

Pio XII intervenne ripetutamente in favore degli ucraini e del loro metropolita. Scrisse, nel 1945 e nel 1952, due encicliche sull’argomento: nella prima accusò il patriarca Alessio di complicità nella persecuzione. A Natale del 1957 inviò una commovente lettera al metropolita Slipyj in occasione del 40° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Ma le preoccupazioni del Santo Padre suscitarono appena una modesta eco nel mondo cattolico. Per descrivere le sue sofferenze, più dell’elenco delle date e dei luoghi della sua via crucis, valgono gli estratti dagli scritti di Slipyj e di quelli che ne condivisero la prigionia. Sono strazianti le parole del suo testamento: «Ho dovuto soffrire di essere arrestato di notte, tribunali segreti, interrogatori interminabili e sorveglianza continua, maltrattamenti morali e fisici, umiliazioni, torture e fame. Mi sono trovato di fronte a inquisitori e giudici perfidi, prigioniero inerme, silenzioso testimone che, fisicamente e psicologicamente esausto, testimoniava della sua Chiesa, essa stessa silenziosa e condannata a morte. Come prigioniero per la causa di Cristo, durante la mia via crucis trovavo la forza sapendo che il mio gregge spirituale, il mio popolo, tutti i vescovi, i sacerdoti e i fedeli – padri e madri, bambini, la gioventù militante come i vecchi inermi – camminavano al mio fianco – non ero solo!

Due volte, in punto di morte, fu salvato da altri prigionieri. Una volta, dopo un prolungato interrogatorio, quando la sua razione quotidiana era costituita da un piccolo pesce, egli ebbe un collasso. Gli altri carcerati si misero a scandire «dell’acqua calda per il vecchio» e continuarono così per tre ore. Le guardie cedettero e la sua vita fu salva. Un’altra volta, quando il vice-presidente Nixon attraversava la Russia in treno, il metropolita si trovava in un vagone pieno di reclusi che l’ospite di riguardo non doveva vedere. Durante il passaggio di costui i prigionieri furono confinati in una stanza munita soltanto di una finestrella. Molti morirono soffocati ma ogni qual volta Slipyj sveniva, lo avvicinavano al pertugio e così sopravvisse. Scontata la prima condanna, nel 1953 fu ricondotto a Mosca ma ben presto venne condannato ad altri cinque anni in Siberia. Durante questi anni qualcuna delle sue lettere raggiunse il destinatario. Talvolta chiedeva che non gli si inviassero né lettere né pacchi perché ciò aumentava le sue difficoltà. Riportiamo qui la conclusione del suo messaggio natalizio del 1954. Subì nel 1958 la terza e nel 1962 l’ultima condanna: venne deportato nel durissimo campo di Mordovia “da dove non si esce vivi” ma si muore di “morte naturale”.

 

Vestito di stracci

II padre gesuita Leoni, descrivendo gli orrori del campo di transito di Kyiv, sporco e infestato di cimici, così racconta: “Altri detenuti furono introdotti nella nostra cella. All’imbrunire udii vicino a me una voce sconosciuta che mi chiamava. In piedi, accanto al mio giaciglio, c’era un uomo barbuto che mi tendeva la mano dicendo: “Josyf Slipyj”. Fu allo stesso tempo una gioia e un dolore sapermi insieme al mio metropolita”. Ma le più dolorose descrizioni sono quelle di coloro che videro l’arcivescovo a Inta in Komi, vicino al circolo polare artico. Testimoni oculari lo descrivono vestito di stracci tenuti assieme da fasce intorno alle caviglie e alle ginocchia, i piedi coperti di fango, indifeso contro il freddo che raggiungeva i 45 gradi sotto zero. Un vero Ecce Homo. “Lo ricordiamo tuttavia sereno, comprensivo e persino generoso verso i sorveglianti e le spie che non mancavano neanche in quel luogo di tremende sofferenze”. Un Austriaco, il professor Grobauer, ricorda l’arrivo di Slipyj in un carro bestiame a Inta. Costretto a camminare nella neve alta ebbe, a tarda sera, un collasso e cadde. Il secondino lo spinse col calcio del fucile. Cadde ancora una volta e non riuscì a risollevarsi malgrado la brutalità della guardia. Grobauer lo prese sottobraccio e sostenendolo lo aiutò a camminare. Arrivarono a destinazione e il metropolita si sedette esausto sulla sua piccola valigia. Vennero due giovani che gliela rubarono e lo lasciarono nella neve con il sangue che gli colava dal naso e dalla bocca.

 

Interviene Papa Giovanni XXIII

Nel 1962 la polizia segreta fece un ultimo tentativo per corromperlo con il fasto dell’ortodossia di Mosca. Gli venne offerto il Patriarcato di tutte le Russi. Egli si mantenne saldo, ancora una volta simile al suo Maestro nel deserto. Nel frattempo, Papa Giovanni XXIII stava tentando di ottenere la sua liberazione. Il leader sovietico Khruschov, infine, acconsentì. Il cardinale Slipyj racconterà in seguito come seppe della sua liberazione. Era gravemente infermo e uno dei sorveglianti gli chiese: “Come stai, vecchio?”. Gli dettero un piatto di minestra, un letto e lo portarono a Mosca. Giunse a Roma il 9 febbraio 1963 ed entrò zoppicando nell’abbazia di Grottaferrata, il piede destro congelato. Gli dettero del latte caldo...

 

Esule e Profeta

Il pensiero di abbandonare la sua Chiesa e il suo popolo non aveva mai sfiorato la mente del grande ucraino. Persino quando venne rilasciato, la sua prima domanda fu: “Questa mia liberazione implica anche la libertà della Chiesa Greco-Cattolica?”. Gli dissero soltanto che sarebbe andato a Mosca e lì ne avrebbe discusso. Gli venne una grave crisi di coscienza. Desiderava ritornare a Lviv: “non posso abbandonare il mio popolo. Ma per obbedire al Papa e per essere utile alla mia gente, se non mi permettono di ritornare in Ucraina, vedremo che cosa accadrà della mia vita”. A tal proposito scrisse nel testamento: “Papa Giovanni mi chiamò al Concilio. Considerai questa chiamata un ordine, nel quale intuivo l’incomprensibile disegno di Dio. Non era forse questa una possibilità per testimoniare per la nostra Chiesa? Per compiere quello che non avrei potuto da prigioniero?” Aveva sperato che dopo il Concilio gli sarebbe stato possibile ritornare in Ucraina, ma ciò era in contrasto con gli accordi, a lui ignoti, stipulati per la sua liberazione. Oltre ciò era stato promesso che la sua scarcerazione non sarebbe stata sfruttata propagandisticamente. Pertanto, egli fu impressionato dalla chiarezza con cui il ministro Andreotti deplorò il suo arrivo quasi clandestino a Roma: “Quando arrivò qui ella venne accolto da noi, cattolici di Roma, con un bizzarro silenzio. Il nostro è uno strano mondo, nel quale si teme di onorare i perseguitati per paura che il persecutore compia mali maggiori di quanti ne ha finora compiuti. Avremmo desiderato salutarla con la stessa gioia prorompente con la quale i cristiani di Roma hanno accolto San Pietro”.

 

Una formazione granitica

Con serena energia l’arcivescovo Slipyj cominciò a svolgere il suo ministero in esilio. Apparve per la prima volta in televisione il 17 marzo in occasione della beatificazione di Elisabetta Seton. Una settimana dopo, predicando nel Collegio Pontificio Greco, disse agli studenti: “Potreste trovarvi facilmente nei nostri tempi in un ambiente completamente ateo nel quale la stragrande maggioranza... combatte l’esistenza di Dio, nega ogni religione e vi insulta come ingannati o ingannatori, oziosi e nemici del popolo. Chiunque non avrà acquisito una granitica formazione teologica può facilmente perdere la testa ed essere influenzato dal pensiero ateo”. A maggio scrisse una bellissima lettera d’addio a Papa Giovanni morente; egli stesso, qualche settimana più tardi, si ammalò gravemente e il nuovo Papa Paolo VI si recò al suo capezzale. Egli guarì e presiedette per undici giorni il capitolo delle suore Basiliane, visitò la Sicilia e parlò nel Concilio Vaticano II l’undici ottobre 1963.

 

La sua università

Lo stesso anno cominciò l’opera che aveva più a cuore: l’8 dicembre fondò a Roma l’Università Cattolica Ucraina. Questo modesto centro di rinascita per la Chiesa Ucraina si trova a Roma solo temporaneamente. Quando l’Ucraina avrà riottenuto la libertà religiosa, sarà trasferita lì, suo luogo naturale. L’anno seguente trovò una casa per i suoi monaci Studiti, nei pressi del lago di Albano ed ebbe la gioia di poter presentare la comunità a Paolo VI l’8 gennaio del 1965.


Eravate già Cardinale

Una settimana dopo, il 25 gennaio 1965, Papa Paolo VI creò 27 cardinali e fra essi c’era Slipyj. Fu allora che il Cardinale Testa gli disse: “Eravate già un cardinale “in pectore” di Papa Giovanni!” confermando la diffusa supposizione che egli fosse stato uno dei tre cardinali i cui nomi non erano stati comunicati da Papa Giovanni nel suo concistoro del 28 marzo 1960. Slipyj chiese a Mons. Capovilla, già segretario di Papa Giovanni, perché non gli avesse accennato prima della nomina. E Capovilla: “Perché non mi era permesso dirlo”. Ma il Cardinale Testa aveva benevolmente rivelato il segreto. Fra le grandi opere compiute dal Cardinale Slipyj possiamo annoverare la costruzione in Roma della cattedrale di Santa Sofia, cioè della Divina Sapienza. Questo “Sobor” – una chiesa dove la gente accorre da lontano in occasione di determinate festività – è stata costruita fra il 1967 e il 1969 secondo le istruzioni del cardinale. Si tratta di una riproduzione della Santa Sofia di Kyiv. È stata consacrata il 27 settembre 1969 e il Papa vi ha solennemente portato reliquie di San Clemente Papa. Il Sobor è un centro spirituale per tutti i cattolici ucraini sparsi per il mondo e il Cardinale, nel suo testamento, lo ha lasciato al suo popolo con delle raccomandazioni piene di bontà. Vi sono altri tre punti nodali negli anni che il Cardinale Slipyj ha vissuto in esilio. La sua ansiosa cura rivolta a tutte le Chiese di rito bizantino-ucraino; il suo dolore per il rifiuto di riconoscere il carattere patriarcale della sua Chiesa; la sua incessante difesa di tutti coloro che sono perseguitati dai comunisti. Non gli era permesso di ritornare nella sua patria ma visitò le Chiese Ucraine in esilio con una serie di viaggi pastorali, malgrado numerosi ostacoli e grandi difficoltà.

 

Viaggi e controversie

Nel 1968 visitò gli ucraini delle Americhe, dell’Australia e della Nuova Zelanda. Nei due anni seguenti fu in Germania, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Austria. A Lourdes egli ricordò con emozione le ultime parole dei morenti nei campi sovietici: “Mamma, mi ascolti?” Nel 1976 l’ultimo grande viaggio lo portò in Canada, Stati Uniti, Olanda e Germania. La controversia relativa al Patriarcato costituì il più profondo tormento di tutto il suo esilio. Avrebbe firmato il suo testamento “l’umile Josyf, Patriarca e Cardinale” ma il titolo di Patriarca non venne mai riconosciuto per motivi che egli ritenne “profani e indegni”. Nei primi mesi della sua libertà, in agosto del 1963, egli scrisse a Paolo VI chiedendogli di riconoscere il Patriarcato: analoga richiesta la rivolse al Concilio dell’undici ottobre. Spiegò ai Padri che era l’unico mezzo per salvaguardare l’unità e la sopravvivenza della Chiesa Cattolica Ucraina. Papa Paolo VI accolse in parte le sue richieste riconoscendolo Arcivescovo Maggiore ... Questo titolo conferisce diritti che corrispondono a quelli di un patriarca. Nel 1980 Papa Giovanni Paolo II estendeva ancora questi diritti e nel 1982 il Cardinale Slipyj scrisse il suo celebre “Pro memoria”, un ultimo appello diretto sempre ad ottenere il patriarcato. Morì senza raggiungere questa meta e soffrendo per la discordia seminata nel suo gregge su questa aspirazione.

 

Ferito il cuore paterno

II cuore paterno del patriarca era particolarmente ferito dalle sofferenze e dalle necessità pratiche dei suoi compatrioti in Ucraina e di quelle di tutti i credenti che soffrono sotto il comunismo. Perorando incessantemente la causa del suo popolo scrisse anche alle Nazioni Unite e al Presidente Carter. Drammatico fu, nel 1977, all’età di 85 anni, un suo intervento presso il Tribunale Sakharov. In quell’occasione affermò: “Sono qui per due motivi. Oggi si testimonia sulla persecuzione religiosa nell’Unione Sovietica e nella mia patria, l’Ucraina. La Chiesa della quale io sono capo e padre è vittima di questa persecuzione e là dove si parla della mia Chiesa io devo essere presente per difenderla. Il secondo motivo è che io sono il condannato: sono il testimone di questo Arcipelago, come un altro “condannato”, Solgenitsin, l’ha definito. Ne reco sul corpo le cicatrici”. Purtroppo, in Occidente, le voci di tali testimoni vengono soffocate da uomini che, vivendo al sicuro, lontani dai campi Sovietici, continuano a pensare – malgrado l’evidenza di quasi settant’anni di sofferenze terribili da parie di innumerevoli credenti – che i marxisti atei possono rispettare il popolo di Dio.

 

Onorare la sua memoria

II Cardinale è morto novantaduenne il 7 settembre 1984: il modo migliore per onorare la memoria di questo imitatore di Cristo è di dare ascolto ai suoi ammonimenti. La sua grande anima possa riposare nella pace di Cristo.

Omaggio al Cardinale Josyf Slipyj. Per gentile concessione di Padre Ewhen Nebesniak.

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_academies/cult-martyrum/martiri/006.html

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Sviate Pysmo

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